di Paolo Bosca

Assistiamo, a causa dell’emergenza virale da Covid19, a un parallelo geometrico raro tra l’azione e il giudizio della coscienza individuale e di quella sociale, rappresentata dallo Stato. La Volontà generale sembra realizzarsi nel suo stesso stato d’emergenza.

Cambiamo completamente discorso.

Ci sono culture nel mondo per le quali il sogno, l’alterazione della coscienza causata dagli stupefacenti, l’allucinazione, non sono esperienze residuali della loro visione del mondo, ma la compongono e reggono come qualsiasi altro stato di coscienza. Se in un sogno ho avuto un rapporto sessuale promiscuo, ho ucciso, o mi sono allontanato dal corpo sociale, il giorno dopo al mio risveglio non sarà “tutto finito”.

Due incipit, due modelli, molteplici dualità: dentro/fuori, sonno/veglia, coscienza sociale/individuale, sano/malato. Non sempre gli aggettivi che compongono questo elenco sono facili da tenere separati: ci sono soglie decisive eppure non evidenti, sogni lucidi e visioni, momenti in cui si sfrutta il bene sociale per mascherare l’arbitrio, ci sono asintomatici.

Lo studioso Charles Tart nel 1969[1] seguiva le ricerche del collega Arnold Ludwig e cercava di definire gli SNOC: “Stati Non Ordinari di Coscienza”. Si chiamano così tutti quegli stati in cui la coscienza non lavora con i contenuti e nei modi consueti: sono SNOC il sogno, l’intosssicazione, l’ubriacheza, la trance, l’estrema stanchezza, gli stati causati da disturbi della personalità. Lo studioso Fulvo Gosso ha diviso le società in due modelli, secondo il modo con cui si rapportano agli SNOC: società monofasiche e polifasiche. Le società monofasiche sono quelle in cui – come ci sembra ovvio –  vi è spazio per un solo stato di coscienza all’interno della visione del mondo accettata e dominante. La “veglia lucida” è lo stato di coscienza sul quale è modellata la nostra visione del mondo fatta di leggi di gravità, chimica organica e non, giustizia penale, obbligo di frequenza. Nelle società polifasiche invece c’è spazio per più stati di coscienza all’interno della visione del mondo, che risulta da essi simultaneamente composta: i sogni e le azioni che avvengono al loro interno sono integrati nella narrazione individuale e sociale come sue parti codificate. Numerosi popoli amerindi, ad esempio, ritengono fondamentali e decisive le visioni avute dai loro sciamani e curandeiros mentre erano in stati di coscienza che definiremmo senza esitazione “alterati”.

In occidente gli SNOC hanno avuto due sorti: sono stati minimizzati, consegnati al caso come produzioni residuali e prive di senso o aventi significati opachi di carattere religioso-spirituale; oppure sono stati codificati in parallelo, come nel caso della psicoanalisi, che difficilmente, in quanto parallela, colma la distanza che separa la sua semantica da quella comune.

Estendendo lo schema duale – stati ordinari/non-ordinari – dalla coscienza individuale alla coscienza sociale (alla coscienza del corpo sociale), si apre un punto di vista sul presente in cui, come detto in apertura, queste due coscienze sono allineate quasi alla perfezione. Uno stato d’emergenza in cui sono sospese la maggior parte delle potenzialità che rendono tale il corpo sociale, è uno stato non ordinario per il quale ogni giorno vengono prodotti nuovi tentativi di codificazione. Si è parlato di “iniziazione[2]”, di apocalisse – lessico mistico-religioso –, di guerra, di un momento del tutto casuale rispetto al quale la priorità è metterci in sicurezza per tornare alla normalità. Quale normalità, poi? Molti tentativi rimangono all’interno di una prospettiva duale in cui questo evento è, al più, il macrosintomo a partire dal quale tentare un’analisi (o avviare un pentimento) che mira alla cura. Pensare in termini duali è possibile e lecito – ci siamo abituati e ha portato anche buoni risultati – ma cosa ci possono insegnare le società polifasiche?

La semplice esistenza di simili società ci sprona a cercare un terreno comune tra questo fenomeno pandemico e la nostra visione del mondo. A tendere un filo diretto tra quello che sta accadendo – l’epidemia, così come la risposta politica e sociale ad essa – e come noi vediamo il mondo di “adesso”, quello di “prima” e anche quello di “dopo”. A pensare noi stessa come soglia permeabile e non solo come soggetti d’azione capaci di cambiare, risolvere, curare –  o anche riequilibrare – le cose. Prendere quanto prima le distanze dal pensare solo alla risposta immunitaria ed emergenziale a una notte buia senza né alba né crepuscolo, in attesa del sole pieno.


[1] Charles Tart, Stati di coscienza, Ubaldini-Astrolabio, Roma, 1978

[2] https://mailchi.mp/e58083a4f282/medusa-abbraccio?e=0af1082f3f


Letture:

  • Charles Tart, Stati di coscienza, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1978
  • Erika Bourguignon, Antropologia psicologica, Laterza, Bari, 1983
  • Quanto Magazine vol.2, Berlino, 2020
  • Fulvio Gosso, Antropologia delle trasformazioni di coscienza, Altravista, Pavia, 2014
  • Kopenawa, Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano Yanomami, nottetempo, Milano, 2018