“Che cos’è il cibo? Non è soltanto una collezione di prodotti, oggetto di studi da parte della statistica o della dietetica. È anche e al tempo stesso un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti”.[1]

In questo nuovo spazio di vita, rappresentato dalle mura domestiche e dal loro riadattarsi alla nostra presenza costante, siamo stati relegati all’inattività forzata, alla stasi che risuona in ogni “restate a casa” percepito oltre il vetro della finestra o sullo schermo della televisione. E così è necessario sopravvivere alla noia, ai pensieri assillanti che chiedono di essere ascoltati, alla quiete del tempo che non passa mai: un’impresa tanto più ardua per una società come quella in cui siamo immersi, che non concede spazio a pause di riflessione. Come scegliamo di riempire questo tempo, che non è mai stato così nostro?

La forte tendenza emersa in queste ultime settimane a dedicare buona parte del nostro tempo al cibo e alla sua preparazione ci permette di leggere il cibo stesso eccedendo dal suo mero valore nutrizionale: si tratta piuttosto di una funzione, di un segno, di un sistema di comunicazione. In un saggio del 1961, Roland Barthes egli fornisce una delle prime letture del cibo attraverso gli strumenti della semiologia, con un’analisi breve ma al contempo densa e complessa di quei segni che inconsciamente veicoliamo quando facciamo la spesa, prepariamo e consumiamo un pasto. Barthes parla del cibo come dell’“unità funzionale di una struttura di comunicazione”[2]: nel momento in cui un oggetto viene inserito in una struttura di produzione, consumo e domanda il suo valore di funzione è indissociabile da quello di segno. Per chiarire: nel momento in cui l’uomo inizia a cuocere e trasformare la natura attraverso procedimenti tecnici, organizzandosi all’interno di società progressivamente più complesse, parallelamente il cibo assume una struttura altrettanto elaborata; si configura al contempo come bisogno primario ma anche e soprattutto come linguaggio con cui gli esseri umani comunicano tra loro. In particolare, dal secondo dopoguerra, conseguentemente al boom economico, abbiamo assistito a una maggiore domanda e quindi produzione e consumo di cibo; questo ha determinato la nascita di un vero e proprio mercato alimentare e, come conseguenza, anche di una pubblicità di questo mercato. Sono gli anni in cui vede la luce il breve saggio cui facciamo riferimento, dove Barthes parla di tre gruppi di temi con i quali leggere il mercato alimentare nato in quel periodo e la pubblicizzazione massiccia che ne venne fatta. Il primo gruppo assegna al cibo una funzione commemorativa: attraverso ciò che mangia, l’uomo si inserisce ogni giorno in un passato nazionale, fatto di usi e usanze, tramandati per lo più oralmente di generazione in generazione. Il secondo gruppo di temi riguarda ciò che Barthes chiama “la situazione antropologica del consumatore moderno”[3]: all’interno del sistema alimentare è anche la relazione tra umani a venire posta in gioco. L’esempio citato dal filosofo francese riguarda il rapporto tra sessi che emerge fortemente tanto nella produzione del cibo – la cucina può essere utilizzata come mezzo di sottomissione tra sessi – quanto nell’immaginario ad esso legati. Ci sono infatti cibi che ricevono nella pubblicità una connotazione “virile” e altri “femminile”. Il terzo e ultimo gruppo racchiude i valori ambigui che il cibo può assumere, da Barthes definiti all’interno del concetto di santità: così gli alimenti assumono la funzione di entità materiali investite di significati che trascendono la materia. Un esempio su tutti: il caffè è una sostanza eccitante, che provoca al nostro corpo un determinato effetto di eccitazione appunto; eppure, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, tale bevanda è stata sempre di più contestualizzata all’interno di una situazione e in questo modo è diventata più un momento all’interno della giornata che non una mera sostanza. La conseguenza paradossale di questo passaggio ha fatto sì che il caffè non venisse più considerato per i suoi effetti eccitanti, quanto per la situazione in cui veniva e viene consumato, diventando così sinonimo di pausa, di rilassamento, di relazione.

In questo senso possiamo sostenere con Barthes che il cibo, con l’evoluzione delle società, si configura sempre meno come sostanza e sempre di più come funzione, come un vero e proprio linguaggio.

L’importanza da noi accordata al cibo e il tempo che scegliamo di dedicare alla sua preparazione sono la diretta conseguenza del riconoscimento del valore che ogni alimento assume oltre alla sua composizione fisica. Ci sono cibi per le feste, cibi per i giorni comuni e poi ci sono alcuni cibi in particolare che possono essere riplasmati da quotidiani a festivi: ad esempio il cioccolato nella forma dell’uovo di Pasqua.

Nello stato di emergenza e di isolamento di questi ultimi tempi, ci restano pochi spazi di comunicazione, rarefatti e deboli, poiché, fortunatamente, le immagini non riescono ancora a colmare l’intensità dei sensi: la potenza di un tocco, di uno sguardo, di un leggero sfioramento tra due corpi. Forse la pratica della cucina, in quanto mezzo di comunicazione, apre una via nuova e inaspettata con cui trasmettere dei significati di cura almeno nei confronti di noi stessi e delle persone alle quali ci dedichiamo. O forse è anche uno strumento di fuga e di evasione dalla pericolosità di un momento che genera tanti interrogativi e non lascia spazio alle risposte. Più probabilmente si tratta di un equilibrio tra le due possibili letture: la paura ci spinge a curare maggiormente ciò che sentiamo più in pericolo.

LETTURE

  • Roland Barthes, Pour une psycho-sociologie de l’alimentation contemporaine, in Annales. Economies, sociétés, civilisations, 16ᵉ année, n. 5, 1961;
  • Roland Barthes, Elementi di semiologia, Einaudi, Torino, 2002;
  • Massimo Montanari, Il cibo come cultura, Laterza, Roma, 2004;
  • Richard Wrangham, L’intelligenza del fuoco. L’invenzione della cultura e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino, 2014;
  • Gianfranco Marrone, Buono da pensare. Cultura e comunicazione del gusto, Carrocci, Roma, 2015;
  • Vito Teti, Fine pasto. Il cibo che verrà, Einaudi, Torino, 2015.


[1] “Qu’est-ce que la nourriture? Ce n’est pas seulement une collection de produits, justiciables d’études statistiques ou diététiques. C’est aussi et en même temps un système de communication, un corps d’images, un protocole d’usages, de situations et de conduites”. Roland Barthes, Pour une psycho-sociologie de l’alimentation contemporaine. In Annales. Economies, sociétés, civilisations, 16ᵉ année, n. 5, 1961, p. 979

[2] Ibidem, p. 980

[3] Ibidem, p. 984

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