Ho deciso di dare avvio ai miei tempi materiali parlando di sogni, di gabbie e altre paure. Quando alle restrizioni della quarantena si aggiunge una paura diffusa e capillare, occorre mettere a fuoco la gabbia. Iniziamo con la semplice constatazione che la paura è in fondo paure e che una gabbia, per quanto resistente e angusta, non è altro che un sistema di sbarre. Su ciascuna, una dopo l’altra, possiamo provare ad agire.

Massimo Bordin: metterci la voce.

Questo tempo materiale è andato in diretta sul nostro canale Instagram alle 21.00 del 17 aprile 2020, primo anniversario della morte di Massimo Bordin, che per anni è stato anima e voce di Radio Radicale, per cui ha curato – tra le altre cose – la celebre rassegna quotidiana Stampa e regime. Attraverso la lettura dei quotidiani, ogni giorno Bordin ha offerto delle letture puntuali della realtà politica italiana (e non solo). Iniziamo ricordando Massimo Bordin non solo perché – amarcord alert – ho ascoltato ogni giorno la sua rassegna stampa mentre mio padre mi accompagnava in auto a scuola (fino alle scuole medie, poi ho continuato ad ascoltarla al pomeriggio); ma anzitutto perché Massimo Bordin è maestro di giornalismo, di racconto e interpretazione della realtà. Era una persona competente sulla realtà.

Una intervista a Leonardo Sciascia.

Quando vogliamo comprendere una situazione complessa, che si presenta fosca e difficilmente intelligibile, è opportuno che ci rivolgiamo a maestri come lui, che a certe questioni hanno dedicato tempi, vite, energie: è onesto e conveniente, perché comprendiamo prima alcuni tratti di ciò su cui ci interroghiamo. Non sto nemmeno a specificare il bisogno di un confronto critico con i maestri: se il confronto non è critico, o manca il confronto o manca il maestro dall’altra parte. Tertium non datur.

Una delle questioni a cui Bordin ha dedicato una vita è il rapporto tra la libertà e la dignità della persona e le istituzioni – tema cardine della galassia radicale – che è quello che ci interessa specificamente in questo tempo materiale. Il 15 gennaio 1980, intervistato da un giovane Massimo Bordin, Leonardo Sciascia dice una cosa determinante per comprendere quanto sia importante occuparsi del rapporto tra persone e istituzioni, le quali pure hanno una grammatica che va compresa e rispettata, dunque pensata e performata. Secondo lo scrittore siciliano, all’epoca eletto in Parlamento nelle fila dei Radicali, affinché vi sia autentico ordine pubblico, occorre anzitutto occuparsi della formazione degli agenti delle forze dell’ordine.

Non limitiamoci alle forze dell’ordine: tutti coloro i quali possono agire sull’ordine pubblico, hanno bisogno di una formazione specifica. Ne abbiamo vitale bisogno anche noi, se vogliamo che ordine pubblico possa non significare semplicemente ‘starsene tranquilli’, ma anzitutto convivenza umana funzionale: in funzione della vita.

Controllare i sogni per controllare le persone.

In un giorno x di questa quarantena mi sono imbattuto in un videogioco, Dreamfall chapters, distribuito dallo studio norvegese Read Thread Games, episodio della saga The longest journey. Uno dei due mondi paralleli in cui si sviluppa l’esperienza di gioco è Stark, una futura Terra cyber-punk costruita interamente sulle interazioni digitali, fortemente tecnicizzata. In questo mondo, chi detiene il monopolio della tecnica e dei mezzi tecnologici, detiene il potere politico. Il prodotto più in voga, utilizzato da milioni di persone, è la Dream machine: una dispositivo che si indossa come una maschera e consente di controllare il sogno, scegliendo moduli onirici diversamente combinabili.

La casa produttrice di questo dispositivo è invischiata in operazioni di finanziamento a diversi leader politici, anche a quelli che pubblicamente ne osteggiano il monopolio. In giro per le strade della città, ci sono persone che vivono in condizioni di povertà ed estremo disagio, perché sono dipendenti dalla Dream machine. Teniamo a mente quanto detto sin qui.

Gilbert Simondon e la paura degli oggetti tecnici.

Il filosofo francese Gilbert Simondon, che si è occupato a lungo della tecnica come dimensione imprescindibile della realtà umana, nell’introduzione ad una sua opera pubblicata in una edizione ampliata nel 1989, parla della paura degli oggetti tecnici. Secondo Simondon, <<la cultura si costituisce come un sistema di difesa contro la tecnica; ora questa difesa si presenta come la difesa dell’essere umano, supponendo che gli oggetti tecnici non contengano nulla d’umano. Vorremmo mostrare come la cultura ignori, nella realtà tecnica, una realtà umana>>[1].

In questi giorni, gli elementi che abbiamo messo in campo danno luogo ad una reazione particolarmente attuale: la notizia della scelta da parte del governo dell’app per monitorare i contagi da Covid-19 ha riaperto l’annoso dibattito circa il delicato rapporto tra diritto alla privacy e aumento delle nostre quotidiane interazioni digitali. Prima di discutere l’opportunità di utilizzare una app per tenere traccia dei potenziali contagi dell’inquietante invisibile presenza che sta dando forma alle nostre vite, va posta una domanda logicamente prioritaria. Siamo in grado di pronunciarci su questo tema con un peso specifico determinante? Abbiamo le competenze non solo per fare sentire la nostra voce, ma per avviare un processo pubblico di confronto, anche con le istituzioni?

Sapere che cosa per dire che cosa pensiamo.

Anche quando dicono “uno vale uno”, le istituzioni rispondo ad un talvolta sotterrano paradigma di competenza: per confrontarsi con esse, il cittadino deve dimostrare qualcosa in più, proprio a partire da conoscenze e competenze. Altrimenti è impossibile infrangere l’inganno paternalista dello Stato che sa cosa è meglio per i cittadini, sempre, senza bisogno di confronto. E d’altro canto, non è possibile altrimenti uscire dall’impasse di un discorso pubblico che, anche per quanto riguarda i cittadini, è troppo spesso di infima qualità.

Per questo non possiamo accettare o rifiutare l’idea di una dispositivo soltanto perché ci fa paura. Occorre sapere porre le opportune questioni, riabilitando pratiche e nessi sociali, elaborazione e condivisione di sapere. Soprattutto ora, quando il modo in cui siamo società dobbiamo sceglierlo, per una buona volta, facendo i conti con sogni, gabbie e altre paure.

[1] G. Simondon, Du mode d’existence des object techniques, Aubier 1989, p.9.

Lettura consigliata, oltre a Simondon:

Giacomo Accoto, Il mondo ex machina. Cinque brevi lezioni di filosofia dell’automazione, EGEA 2019.

Giorgio Cesarale, Badiou e la disciplina politica durante un’epidemia, <<Il rasoio di Ochkam>>, mercoledì 25 marzo.

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