Uno dei migliori professori che ho avuto durante il mio percorso universitario ha iniziato il suo ciclo di lezioni con un invito, che intendo cogliere: ogni volta che siamo chiamati a fare filosofia iniziamo dicendo “io”. Farlo ci consente di relativizzarci, questo è certo. Di prendere, limitandola, la nostra posizione. Ma allo stesso tempo dire “io” ci chiama in causa con forza legandoci nel linguaggio alla porzione di verità di ciò che stiamo per dire.
Io ho – tra le altre – un’ossessione che accompagna e modella le mie letture, i miei interessi, le mie azioni e i miei sogni da anni: immaginare modi diversi di esistere insieme. Non semplici modelli, ma realtà dal volto concreto, corpi sociali capaci di reggersi con le proprie gambe, come Pinocchio nel racconto di Collodi. Tutta la partita si gioca sul significato della parola diverso: da chi? Da cosa?

Ho tentato molte volte di rispondere, di fare degli esempi e di dare dei significati che ricadano fuori dall’insieme di possibilità concrete attualmente reali. Questo testo ne è un esempio.

La società, o comunità – intese ambedue come gruppo che prevede l’interazione tra più individui, i quali sono ad essa coessenziali – si fonda su tre elementi: la determinazione dell’identità del gruppo sociale, le norme e le pratiche che dell’azione al suo interno e la sua località.

In un primo momento mi concentrerò sul primo di questi tre punti, la determinazione dell’identità del gruppo sociale, per poi riflettere sugli altri due in un secondo momento.

Arjun Appadurai, in La modernità in polvere, parla dei marcatori di identità[1] come etnicità e tradizione, i quali determinano i vari gruppi sociali attori della storia, mostrando come la loro efficacia stia diminuendo di anno in anno a causa del flusso confuso e sempre più massiccio della comunicazione mediatica e dei moti migratori che rallentano e rendono difficile il processo di riproduzione culturale[2]. Lo stato nazista, ad esempio fa dell’etnicità il suo marcatore d’identità principale, attraverso il concetto di razza ariana che determina il gruppo sociale in modo definito e chiaro. Un altro approccio alla determinazione dell’identità del gruppo sociale, che non passa attraverso marcatori ma sempre attraverso un concetto, è quello tipico della società liberale: Hobbes nel Leviatano identifica concettualmente l’uomo che compone (e determina) il gruppo sociale dello stato hobbesiano e, con le dovute cautele genealogiche, dello stato liberale. Si tratta di un uomo che è “lupo per l’altro uomo”[3], un individuo isolato allo stato di natura. Non è difficile immaginare come non solo l’ipotesi di uno stato di natura a fondamento dello stato, ma soprattutto quella di un uomo come cellula del corpo sociale siano due identificazioni precise, arbitrarie e proprio per questo concettualmente determinate.

Gli esempi che ho fatto hanno un aspetto comune: la determinazione del gruppo sociale avviene grazie ad un’identità (l’arianesimo, l’uomo-atomo) che si fonda su un concetto (ariano, homo-homini-lupus).

Una strada diversa sembra essere quella che lega lo studio di Luis Bolk Il problema dell’ominazione[4], a diverse opere di Giorgio Agamben, in particolare La comunità che viene[5].

Il problema dell’ominazione è il titolo della conferenza pronunciata dall’anatomista Luis Bolk davanti alla Società di Anatomia di Friburgo nel 1926. In questo intervento[6] l’ipotesi è quella di un ripensamento dell’approccio morfogenetico di Darwin: quest’ultimo si sofferma sulla forma delle singole “parti” dell’uomo e teorizza il loro sviluppo a partire da processi esogenetici di adattamento a stimoli esterni. Così facendo, secondo Bolk, perde di vista i risultati ottenibili a partire da un approccio ontogenetico, basato sulla figura (Gestalt) dell’uomo come qualcosa che eccede la somma delle sue parti formali e si determina non solo con stimoli esterni, ma anche e soprattutto a partire da caratteristiche fisiologiche interne. Dando importanza agli aspetti fisiologici, ovvero alle evidenze, alle ragioni e i processi interni all’organismo umano, Bolk giunge a formulare l’ipotesi nota come “fetalizzazione”: l’uomo per molti aspetti assomiglia più a un feto di primate che a una sua evoluzione fisiologica. Un feto che, lui ipotizza per ragioni ormonali, ha raggiunto la capacità di riprodursi ancora in stato pre-adulto.

Al di là del merito dell’ipotesi di Bolk, apprezzata ma anche criticata e certamente parziale, è interessante notare con Agamben come questa ipotesi dia un sostegno importante a una particolare visione dell’uomo: quella che vede, al centro della sua essenza, il rapporto essenziale con il possibile. Il feto è tale perché non ha ancora raggiunto lo stato di compiutezza dell’adulto, non avendo ancora terminato tutto il percorso evolutivo. Uno stato di incompiutezza reso stabile dalla riproduzione significa che l’incompiutezza diventa, in qualche modo, il compimento e l’essenza reale. E dell’incompiutezza è parte integrante il rapporto con la possibilità: se qualcosa non è ancora compiuto, può diventare qualcos’altro. Si dibatte sulla definizione dell’uomo da millenni ed è innegabile che la sua identità concettuale sia quantomeno sfuggente. In più è sotto gli occhi di tutti la forza del rapporto che ognuno di noi intrattiene con la possibilità: sostare per ore, minuti, giorni, immobili, angosciati o nauseati di fronte allo spettro delle possibilità che ci si apre davanti a perdita d’occhio è un’esperienza tanto comune quanto la reazione animale a uno stimolo di pericolo. “La singolarità qualunque – che per Agamben sembra essere la chiave della comunità che viene – non ha identità, non è determinata rispetto a un concetto, ma neppure semplicemente indeterminata; piuttosto essa è determinata solo attraverso la relazione […] alla totalità delle sue possibilità”[7], la forma della sua co-appartenenza è la “relazione a una totalità indeterminata” [8].

Non un concetto quindi, ma qualcosa di diverso: una relazione [9]costitutiva, ugualmente essenziale all’uomo e in base alla quale si determina l’identità di un diverso gruppo sociale. Eppure è necessaria ora una nuova precisazione: sia la nozione di determinazione che quella di identità appaiono immediatamente inadeguate, così come quella di società nel momento in cui senza identità né appartenenza è impossibile la formazione di una “societas”[10]. Nei prossimi testi parlerò di comunità, almeno fino a quando questa categoria non si sarà rivelata inadatta.
Che si sia abbandonata la scala dopo averla utilizzata [11]o che semplicemente alcune categorie siano state lasciate indietro, questa tappa del percorso è uno dei motivi che alimentano la mia ossessione e la ricerca di un significato concreto di “diverso”.


[1] Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Raffaello Cortina editore, Milano, 2012, p.60;

[2] ibidem;

[3] Thomas Hobbes, Leviatano, trad. it. Gianni Micheli, Bur Rizzoli, Milano, 2013;

[4] Luis Bolk, Il problema dell’ominazione, a cura di Raffaella Bonito Oliva, DeriveApprodi, Roma, 2003;

[5] Giorgio Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri, Torino, 2001;

[6] Il problema dell’ominazione fornirà basi sostanziali per le teorie di Gehlen, Plessner, Portmann, Lorenz e verrà più volte citato da Freud e da Lacan nel corso del ‘900;

[7] Giorgio Agamben, op.cit., p.55;

[8] Ibidem

[9] Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977;

[10] Giorgio Agamben, op. cit., p.88

[11] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosopgicus e quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino, 2009;

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