Il lavoro domestico

Oggi è il primo maggio e nel mio tempo materiale voglio parlare di lavoro. Ne vorrei parlare da una prospettiva forse insolita, partendo da un tipo di attività che non viene immediatamente associata al lavoro.

Con “lavoro domestico” intendiamo tutto quell’insieme di mansioni che riguardano la cura della famiglia e del luogo in cui essa vive. In termini concreti, lavoro domestico è fare la spesa, il bucato, portare i figli a scuola o in palestra, cucinare e riparare la finestra. Perché parlare di lavoro domestico?

Gender Time Gap

Abbiamo già parlato di divario salariale di genere, evidenziando come questo fenomeno sia determinato da una serie di fattori spesso irrelati tra loro, motivo che rende difficile trovare soluzioni mirate alla sussistente discriminazione salariale. Un dato però che ci arriva dalle statistiche ISTAT “I tempi della vita quotidiana”[1] fornisce un quadro chiaro di una di queste componenti: il gender time gap. In Italia un uomo passa infatti in media 9 ore a settimana occupandosi di lavoro domestico mentre una donna ne passa 22. Quest’ultimo è un risultato aggregato ma i dati statistici riportano la stessa tendenza anche qualora andassimo ad analizzare i tempi per fasce d’età. Ecco dunque cosa si intende con gender time gap, lo sbilanciamento dei tempi vita-lavoro in dipendenza dal genere. Come abbiamo già visto, un tale impegno maggiore da parte delle donne nella gestione domestica porta a decisioni che hanno un impatto nel lavoro delle stesse donne. Ad esempio, è più raro che sia il papà a chiedere il part time per seguire i figli nelle attività pomeridiane: il lavoro della donna è ritenuto maggiormente “sacrificabile”.

Misuriamo

Abbiamo parlato di una media di 22 ore alla settimana impiegate mediamente dalle donne in lavoro domestico. E se considerassimo queste ore parte integrante del lavoro inteso in senso proprio? Nel 1981, uno studio di Ann Chadeau, Annie Fouquet e Claude Thélot intitolato “Si piò misurare il lavoro domestico?”[2] ha affrontato la questione calcolando l’impatto che il lavoro domestico avrebbe nell’economia. A livello teorico, la gestione domestica assume due valori: zero e infinito. Dal punto di vista della contabilità nazionale, zero; dal punto di vista della riproduzione sociale, infinito. Ma esiste un modo per fornire una valutazione monetaria che stia tra questi due estremi? Partendo dall’esigenza di far riconoscere il lavoro domestico come lavoro in quanto tale, l’articolo propone due approcci: il primo trasforma in mansioni vendibili sul mercato del lavoro tutte le attività quotidiane, calcolandone il potenziale guadagno per la famiglia; il secondo calcola la spesa che dovrebbe sostenere la famiglia qualora i compiti domestici dovessero essere assunti da personale esterno retribuito. Entrambi gli approcci andrebbero ovviamente a creare un profondo mutamento della struttura economica, con un aumento esponenziale della domanda nel primo caso e dell’offerta nel secondo. La conclusione che però traiamo è che una quantificazione in termini economici del lavoro domestico non sia possibile perché andrebbe a snaturarlo. Il lavoro domestico, in quanto sistematicamente “monetizzabile”, non è più definibile tale.

Questione di cuore

Un articolo uscito nelle Nouvelles Questions Féministes, intitolato “Dire l’amore, tacere il lavoro. Al di sotto dell’amore, il lavoro…”[3], mette in luce un altro aspetto che concorre all’impossibilità di una quantificazione economica. Ammettere che il lavoro domestico si configura come un vero e proprio lavoro genera in molte donne un senso di imbarazzo. Come è possibile sostenere, infatti, che ad esempio portare a nanna il figlio dovrebbe essere un gesto retribuito? “Amo dunque taccio”. Il fatto che il lavoro domestico abbia a che fare con un gesto di cura dei familiari sembra afferire alla logica del dono, che non è compatibile con il valore economico. Ecco dunque il senso della seconda parte del titolo “Al di sotto dell’amore, il lavoro…”: gran parte del lavoro domestico che una donna si trova a svolgere passa inosservato, sotto il segno dell’amore.

Si pone però un problema: come dare valore al tempo speso in un lavoro non propriamente classificabile in senso economico all’interno di una società in cui il tempo di lavoro è misurato in valore economico?

Non credo che sia necessario dare una risposta alla domanda perché non è forse questa a doverci guidare. Anche qualora riuscissimo a trovare un espediente per quantificare economicamente il lavoro domestico, la dimensione familiare resterebbe in un certo senso intima e le sue dinamiche non verrebbero modificate tramite dimostrazioni. Proviamo a sondare altri vettori di uguaglianza.

Educare alla parità

È possibile educare alla parità? Studi sostengono che per colmare il gender time gap l’educazione abbia un ruolo centrale. Crescere in una famiglia nella quale anche il padre passa l’aspirapolvere e anche la madre risponde a chiamate di lavoro ha un forte impatto nello sviluppo del bambino. Si tratta ovviamente di un investimento generazionale che forse non ci appare così tangibile. È però un cambiamento che si costruisce nella quotidianità.

Scope elettriche e uguaglianza

Una ridistribuzione equa del lavoro domestico è possibile solo in un tessuto sociale che si dimostri pronto ad accogliere tale ridistribuzione. Finché il lavoro femminile verrà ritenuto come maggiormente sacrificabile, finché l’immagine del focolaio domestico sarà associata prevalentemente al genere femminile, il gender time gap non verrà colmato, e con esso il divario salariale.

Chiudo questo video invitandovi ad occupare i prossimi 5 minuti in una breve ricerca sul web: digitate “scope elettriche pubblicità”, ma va bene anche “lavatrici” o “asciugatrici”, e cercate le foto che abbinano il prodotto ad una scena di vita. Secondo voi sarà maggiore la percentuale di donne o di uomini che reggono la nuova desiderabile scopa elettrica senza fili?

Credo che il contenuto di questo video costituisca purtroppo uno spoiler.


[1] ISTAT, I tempi della vita quotidiana, http://dati.istat.it/index.aspx, tema “vita quotidiana e opinioni dei cittadini”.

[2] Chadeau Ann, Fouquet Annie, Thélot Claude. Peut-on mesurer le travail domestique ?. In: Economie et statistique, n°136, Septembre 1981. Capital et capacités de production / La valeur du travail domestique / 16 000 km par an en voiture. pp. 29-42; http://www.persee.fr/doc/estat_0336-1454_1981_num_136_1_4521

[3] Annie Dussuet, « Dire l’amour, taire le travail. Sous l’amour, le travail… », Nouvelles Questions Féministes 2005/2 (Vol.24), p. 86-95.

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