Corsi e ricorsi storici nella Scienza Nuova

Giambattista Vico (1668-1744) è un pensatore originale e trascurato. La sua capacità di anticipare temi oggi estremamente attuali e l’essere considerato precursore dell’idealismo tedesco e dell’ermeneutica si scontrano però con uno stile di scrittura oscuro, sebbene letterariamente raffinato. Ciò è particolarmente evidente nella Scienza Nuova, dove intuizioni geniali si nascondono tra ipotesi poco plausibili, anacronismi e confusioni di sorta.  

 

Il tema dei corsi e ricorsi storici è sicuramente il più noto tra gli argomenti vichiani della Scienza Nuova. Di per sé esso è scarsamente originale in quanto una visione ciclica è più la regola che non l’eccezione in qualsiasi concezione del tempo precristiana. L’originalità di Vico risiede invece nell’inaudita radicalità in cui questo tema è svolto: le modificazioni che hanno luogo nel tempo non sono semplicemente esterne all’uomo, come il ciclo delle stagioni o della luna, ma coinvolgono tutto ciò che gli è proprio: il linguaggio, la religione, i costumi. Questo ampliamento dell’ambito del divenire storico travolge il concetto di uomo come statica entità sovrastorica e pone il problema di un’identità trascendentale dell’uomo. La dialettica tra ideale e reale, concettuale e storico, vero e certo, giusto e utile è al cuore di tutta la Scienza Nuova. Inoltre il modo peculiare di trattare i corsi e ricorsi storici, permette a Vico di conservare una linearità ricorsiva, sullo schema del nascere, maturare e morire e di conseguenza di porre un ideale di equilibrio normativo, che vale per ogni cosa che segue questo moto circolare. Nello specifico, come è noto, Vico considera tre stagioni della storia umana: l’età degli dei, degli eroi e degli uomini. Le tre epoche possono anche essere viste come tre macromodalità di stare al mondo o forme di vita proprie dell’ uomo. In questa prospettiva entrambi gli estremi sono da Vico condannati come barbarie.

Essendo modi di abitare il mondo, orizzonti di senso, le tre epoche devono riguardare ogni dimensione della vita dell’uomo che vive in quell’epoca. Il susseguirsi delle epoche, che può essere visto come un globale cambiamento di codice, è per Vico, che in ciò è stato letto come precursore di alcune tematiche marxiste, accompagnato da un cambiamento della struttura socioeconomica della società. Così, ad esempio, il passaggio dall’epoca degli eroi a quella degli uomini avviene per la progressiva presa di potere dei ceti inferiori, l’affacciarsi delle barbarie ritornata avviene invece secondo Vico quando gli strati superiori di una società si emancipano dal lavoro attraverso lo sfruttamento di altri uomini perdendo così il contatto con il senso comune.

Questi ricorsi presentano diversi aspetti a seconda del punto di vista da cui li indaghiamo: in chiave religiosa dall’animismo primitivo si passa al politeismo, poi al cristianesimo, al dio dei filosofi e infine all’ateismo. In chiave cognitiva si delinea un percorso che dalla massima immersione nei sensi, attraverso il confronto con le necessità pratiche che il mondo inevitabilmente pone, giunge alla massima riflessività e astrattezza intellettuale. Da un punto di vista linguistico: si procede dalla lingua muta parlata per segni e gesti, alla lingua metaforica il cui ambito semantico è in continua espansione, per arrivare alla lingua degli uomini, precisa, esatta, che ha conquistato il mondo e ha definito la propria espansione, fino al ritorno della povertà di parola in cui l’esigenza di precisione e asetticità conduce ad una nuova, ma questa volta sterile, povertà di linguaggio. Da un punto di vista della struttura sociale si ha una movenza per cui da un primato delle aristocrazie si giunge nell’epoca degli uomini ad un ribaltamento che vede il potere passare nelle mani di un unico regnante. Persino in chiave ideologica e sociologica, per cui dall’adesione in certa misura uniforme di tutti gli individui ad una forma di vita, che Vico chiama senso comune, si giunge all’epoca degli uomini in cui lo sviluppo del senso critico inclina l’omogeneità del senso comune, portando infine all’individualismo estremo e alla fragilità degli individui rimasti senza indicazioni di natura morale e pratica.

Seguiamo allora il percorso del linguaggio nella storia dell’umanità attraverso il resoconto fantastico, ma teso al verosimile, proposto da Vico. Emergono così intuizioni innovative e impensate nel contesto del XVIII secolo che meritano attenzioni anche alla luce del dibattito contemporaneo.

L’età degli dei

La prima di queste intuizioni riguarda la genesi del linguaggio, secondo Vico, il linguaggio nasce scritto, ossia le prime forme di comunicazione avvenute nell’età degli dei avvengono attraverso un medium linguistico indicato ostensivamente, non orale, ma materiale. Con la tesi della scrittura come prima forma di comunicazione, Vico si oppone all’ intero corpo della tradizione per cui la comunicazione orale ha una precedenza, storica e in ordine di importanza, su altre forme di comunicazione. La lingua degli dei è descritta come  <>.

Questa concezione pone due presupposti interessanti almeno tanto quanto la tesi stessa della preminenza della scrittura sull’oralità. Il primo presupposto è ovviamente un ampliamento del concetto di scrittura che comprende ogni forma di comunicazione non orale mediata da oggetti o corpi, cosicché ad esempio le effigi militari sono considerate, in quanto segni grafici, forme di scrittura. Un esempio di questa prima forma comunicativa è proposto da Vico è il seguente: «De’ latini non ci lasciò la storia romana privi di qualche tradizione nella risposta eroica muta che Tarquinio superbo manda al figliuolo in Gabi, col farsi vedere al messaggiero troncar capi di papaveri con la bacchetta che teneva tra mani>>.

Il secondo presupposto è la considerazione vichiana dell’uomo come originariamente lettore vorace del libro della natura. La postura primitiva dell’uomo è un’apertura verso la comprensione dell’alterità in quanto simbolicamente significante. Solo in questo quadro si spiegano molte indicazioni vichiane e solo in questo quadro acquista valore il racconto fantastico dell’inizio della storia dell’uomo dal pio terrore che deriva dal fulmine-Giove. Da qui l’attenzione che Vico riscontra in tutte le società primitive al divinari, ossia al prendere auspici, ipostatizzazione della dimensione generativa dell’ermeneutica. È anche evidente che Vico lega la capacità semiotica alla dimensione sensibile, più l’uomo è legato ai sensi più è sopraffatto dalla propria capacità interpretativa e in preda a selvagge fantasticherie, questa è per Vico l’origine della moralità. Al contrario, più se ne distacca attraverso l’intelletto, più la capacità istintiva di interpretare il mondo diventa rarefatta, debole il senso morale. È questa la barbarie della riflessione.

L’epoca degli dei è segnata da un continuo eccesso interpretativo, un disagio, che in termini psicanalitici sarebbe definibile come nevrosi, che è il solo in grado di spiegare l’emanciparsi dall’ingens sylva, cioè dal mondo naturale in cui l’uomo si comporta come animale. In questo eccesso la natura prende la forma di divinità potenti e oscure pronte a punire il comportamento dell’uomo. Questo avanzo meraviglioso vuole essere comunicato, una realtà fatta di divinità capricciose vuole essere celebrata attraverso riti e formule. In poche parole la sovrabbondanza di senso esige di essere espressa e da questa esigenza nasce il linguaggio. Così Vico sostiene che la prima forma di religione sia l’animismo antropomorfico.

L’età degli eroi

Nell’epoca degli eroi, il linguaggio si raffina e si fa orale, è la fase in cui l’ambito semantico è in continua espansione e il momento in cui le lingue naturali iniziano a differenziarsi tra di loro. Lo sviluppo del linguaggio in questa fase è in mano agli aristocratici, descritta da Vico come una classe di sacerdoti poeti, formula con la quale è sintetizzato il profondo legame tra l’attività di nominare, il culto della divinità e le ricadute sociali del gesto che nomina. L’espansione semantica del linguaggio propria di quest’epoca avviene per mezzo di figure retoriche quali la metafora, la sineddoche e la metonimia: «si parlò per imprese eroiche, o sia per simiglianze, comparazioni, immagini, metafore e naturali descrizioni, che fanno il maggior corpo della lingua eroica, che si truova essersi parlata nel tempo che regnaron gli eroi>>. È chiaro che anche il linguaggio di questa epoca sia in un certo senso metaforico, come si evince dall’esempio dei papaveri succitato, in quanto la povertà linguistica e concettuale costringe a fare ricorso alla dimensione metaforica del linguaggio – e in questo senso più ampio ne parla ad esempio I. Berlin –, tuttavia Vico usa il termine “metafora” principalmente per la seconda epoca ed in riferimento al linguaggio parlato.

Vico ribalta la concezione tradizionale secondo cui le figure retoriche sono il modo per impreziosire il linguaggio proprio di un certo livello di maturazione culturale e linguistica. Egli è parimenti critico con l’idea che la poesia delle origini sia la codificazione di un sapere riposto che deve essere decodificato: definisce ciò come boria dei dotti, ciò che oggi chiameremmo un bias che appiattisce il passato sul presente e a cui non sfugge nemmeno Platone quando attribuisce ad Omero dottrine che il sommo poeta non poteva concepire. Il modo poetico di espressione dei poeti antichi non va letto come un codifica che cela un significato riposto –  nulla si cela sotto la superficie – ma, esattamente come per noi, il codice espressivo è immagine del nostro modo di essere al mondo. In altri termini ciò che possiamo derivare dallo studio degli antichi non è un contenuto sapienziale riposto ma, anche attraverso l’assimilazione delle categorie linguistiche e concettuali, una predisponibilità concreta ad una diversa forma di vita. La possibilità a priori di questa operazione è posta, per Vico, dall’essere gli antichi come i moderni ugualmente uomini. Al contrario nella Scienza Nuova le figure retoriche e la metafora in particolare, attraverso lo slittamento che le è proprio, sedimentandosi nel linguaggio portano alla formazione di nuovi significati. Il ruolo della metafora nella Scienza Nuova va compreso in parallelo con l’animismo di cui abbiamo scritto: poiché il mondo là fuori mi rispecchia posso estendere la concettualità del familiare sullo sconosciuto, sedando così il terrore che deriva dall’inquietante presenza del puro ignoto. Giova osservare che Vico non si limita al senso tecnico del termine metafora, ma lo estende fino a intendere con esso allegorie e miti da cui non si stanca di estrapolare il vero significato. Ad esempio, Ercole che sconfigge il Leone di Nemea simbolizza l’uomo primitivo che piega alla propria volontà la natura selvaggia, il fuoco emesso dal leone che brucia gli arbusti rappresenta lo sradicamento dei boschi e la messa a coltura dei campi.

Vico indica l’espansione semantica del mondo attraverso la traslazione di attributi umani alla realtà:

Come «capo», per cima o principio; «fronte», «spalle», avanti e dietro; «occhi» delle viti e quelli che si dicono «lumi» ingredienti delle case; «bocca», ogni apertura; «labro», orlo di vaso o d’altro; «dente» d’aratro, di rastello, di serra, di pettine; «barbe», le radici; «lingua» di mare; «fauce» o foce di fiumi o monti; «collo» di terra; «braccio» di fiume; mano, per picciol numero; «seno» di mare, il golfo; fianchi e lati, i canti; «costiera» di mare; «cuore», per lo mezzo (ch’«umbilicus» dicesi da’ latini); «gamba» o «piede» di paesi, e «piede» per fine; «pianta» per base o fondamento; «carne», «ossa» di frutte; «vena» d’acqua, pietra, miniera; «sangue» della vite, il vino; «viscere» della terra; «ride» il cielo, il mare; «fischia il vento»; «mormora» l’onda; «geme» un corpo sotto un gran peso; e i contadini del Lazio dicevano «sitire agros» «laborare fructus», «luxuriari segetes»; e i nostri contadini «andar in amore le piante», «andar in pazzia le viti», «lagrimare gli orni»; ed altri esempi che si possono raccogliere innumerabili in ciascuna lingua.                 

L’età degli uomini

Siamo giunti all’epoca degli uomini. Lo sfondo sociopolitico su cui si pone la transizione è la progressiva partecipazione alla vita politica delle classi subalterne. È finita così per Vico la fase propriamente poetica dell’umanità, che adesso può solo echeggiare anacronisticamente la grande poesia del passato. Al contempo e per lo stesso motivo questa è l’epoca del dispiegarsi della razionalità e dell’emanciparsi dell’uomo dalla prepotenza delle sue passioni. L’ideale normativo posto da Vico rimane, sul modello classico, il buon incanalamento delle passioni ad opera della ragione, e l’epoca degli uomini è l’unica in cui questo equilibrio può avere luogo. Essa è anche l’epoca in cui l’uomo si affaccia sul vero eterno attraverso il pensiero. Eppure l’età degli uomini è pericolosamente prossima alla barbarie della riflessione e alla fine della civiltà. Di conseguenza l’immagine che Vico ne propone è quantomeno ambivalente.

Come si traduce ciò nel processo di trasformazione ed evoluzione del linguaggio? Poiché le classi subalterne, che dominano in questa epoca, sono ovviamente interessate alla lingua come efficace strumento comunicativo, il linguaggio viene modellato su necessità pratiche di comunicazione per massimizzare il controllo della realtà. Esso tende così a purificarsi dagli elementi di vaghezza, connotativi e secondari, per divenire sempre più denotativo e constativo. In questo contesto le differenze dei linguaggi naturali sono dovute ai diversi contesti, e quindi diversi modi di rapportarsi alle necessità quotidiane, in cui le società si sviluppano.

Il linguaggio continua ad espandersi per poter descrivere la realtà in termini scientifici, attraverso un processo di cristallizzazione di metafore prese a prestito dal linguaggio già esistente. Questo processo di presa a prestito è dimostrato da un’analisi linguistica dei termini utilizzati dalle discipline scientifiche: «ch’in ogni lingua le voci ch’abbisognano all’arti colte ed alle scienze riposte hanno contadinesche le lor origini.

La figura retorica propria di quest’epoca però non è più la metafora, ma l’ironia. L’ironia infatti richiede un distacco critico e riflessivo dalla realtà, dai sensi e dalle passioni, di cui gli uomini antichi – ribattendo con ciò alla concezione libertina ed epicurea della nascita e ragione della religione nel suo essere instrumentum regni – sono incapaci, così come, per lo stesso motivo, sono incapaci di malizia e di progettualità.

Il distacco proprio dell’uomo della terza epoca acquisito grazie alla capacità riflessiva, permette al soggetto di avere maggiore libertà e di indirizzare il libero arbitrio a fini stabiliti liberamente. Al contempo però, essendo il libero arbitrio di per sé indeterminato, se questo distacco diventa eccessivo la libertà dell’individuo gli si ritorce contro e in mancanza di direzioni morali egli cade nella barbarie della riflessione.

La barbarie della riflessione

Quest’ultima fase ha per Vico più il carattere di abissale possibilità che di necessità, a differenza del ciclo delle tre epoche. A questo punto gli uomini hanno  preso completo congedo dalla dimensione sensibile e morale. Il pensiero, privato del materiale sul quale si fonda, ossia lo stimolo esperienziale, gira a vuoto senza fare presa sulla realtà. Raggomitolato su di sé, esso è ormai capace solo di formulare vuote e insignificanti tautologie.

Le metafore sono completamente appassite e non vi è più la possibilità di crearne di nuove; il linguaggio si fa stantio.

A questo punto Vico, con tono apocalittico, si augura che questa società decrepita e di nuovo barbarica venga trascinata nella barbarie vera e propria, cosicché:

« ‘n cotal guisa, dentro lunghi secoli di barbarie vadano ad irruginire le malnate sottigliezze degl’ingegni maliziosi, che gli avevano resi fiere più immani con la barbarie della riflessione che non era stata la prima barbarie del senso. […] e così ritorni tra essi la pietà, la fede, la verità, che sono i naturali fondamenti della giustizia e sono grazie e bellezze dell’ordine eterno di Dio>>.

 

Bibliografia:

  • Berlin, Vico ed Herder: due studi sulla storia delle idee, A. Armando, Roma 1978.
  • Botturi, La sapienza della storia, Giambattista Vico e la filosofia pratica, Vita e Pensiero, Milano 1991.
  • Cristofolini, Vico pagano e barbaro, ETS, Pisa 2001.
  • Trabant, La scienza nuova dei segni antichi: la sematologia di Vico, Laterza, Roma 1996.
  • Ph. Verene, Vico: la scienza della fantasia, A. Armando, Roma 1984.
  • Vico, La Scienza Nuova, edizioni di storia e letteratura, Roma 2013.
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