Esplicitazione e relazione.

Robert Brandom e il neoidealismo inferenziale.

L’esperienza di pensiero di Robert Brandom ricopre un ruolo centrale nella svolta che, negli studi filosofici statunitensi degli ultimi quarant’anni, è stata veicolata dal recupero e dalla valorizzazione della tradizione della cosiddetta “filosofia classica tedesca”. Formatosi al pensiero di indirizzo analitico e pragmatista – secondo la felice intersezione messa in atto dalla scuola di Rorty e quella di Sellars, presso l’università di Pittsburg –, il filosofo statunitense assume in seguito più lautamente ispirazione da Hegel, contribuendo massicciamente alla grande impennata della ricerca anglo-americana intorno al pensiero di questo autore[1].

 

1. Logica ed autocoscienza semantica: esplicitare le ragioni.

La proposta teorica di Brandom, per come è sistematizzata nei primi quattro capitoli di Making it Explicit, si situa su due livelli: ad un primo livello, che si occupa di individuare la norma che definisca la costante di qualsiasi rapporto pratico umano – pragmatismo normativo –, si accompagna un secondo, che definisce la dinamica interna al contenuto di cui le pratiche che ci vedono protagonisti si fanno espressione, e grazie alla quale si determinano a loro volta – inferenzialismo semantico. I due piani non sono estranei l’uno all’altro, ma piuttosto complementari e reciprocamente costitutivi. Il risultato dell’indagine che si situa al primo livello è quello di sussumere qualsiasi pratica sotto il modello dell’atto linguistico, e, segnatamente, dell’elemento assertivo, secondo due costanti normative: parlare significa, secondo Brandom, pronunciare asserzioni che, proprio perché si propongono vere, hanno da sostenere un impegno, preservando dunque la coerenza della consequenzialità che deriva da ciò che si è affermato, e da esibire un titolo, mostrando le ragioni che consentono di affermare quanto si è detto – insieme sono quelle che Habermas, prima di Brandom, definiva “pretese di validità”[2]. Il punto di arrivo del secondo movimento, invece, è quello di stabilire la natura di ogni contenuto che sia protagonista delle nostre azioni nei termini di conclusione di un’inferenza materiale: il reasoning, secondo il filosofo americano, si struttura unicamente in una dinamica continuativa di premessa-conclusione, che va a determinare qualsiasi contenuto assertivo come il risultato di un movimento sempre così strutturato[3]. La modalità di individuazione di oggetti che si presentano alla conoscenza, quindi, è un processo che porta ciascuno di essi ad essere in continua e perpetua relazione con gli altri, in un rapporto di mutua definizione che dunque stabilisce la realtà – o, piuttosto, la nostra conoscenza di essa – come un reticolo concettuale sempre ogni volta ridefinito e sempre soggetto alle contingenze socio-culturali che lo incarnano.

Quello di Brandom, di conseguenza, è descrivibile come idealismo, se con il termine definiamo il pensiero che ponga la realtà di cui abbiamo esperienza non altro dalla complessità concettuale di matrice inferenziale che le nostre pratiche determinano, che noi ricomprendiamo nella loro genealogia. La questione interessante e fondazionale con cui fare i conti, a questo punto, riguarda proprio l’origine socio-culturale delle norme, e la capacità dell’individuo di porsi in rapporto con esse criticamente. Per il filosofo americano, ormai è chiaro, non è la pratica a derivare dal sostrato normativo, ma il contrario: la pluralità delle regole[4], e quindi anche i significati che attribuiamo alle parole – i quali, a loro volta, segnano sempre diversamente le nostre inferenze materiali – non sono che frutti sempre diversamente riassortiti delle nostre pratiche socialmente condivise, e dipendono da esse[5]. Ma come veniamo a prendere consapevolezza di questo, noi soggetti inseriti in questo movimento? Quale la condizione di possibilità della nostra conoscenza della dinamica normativa che è immanente alla pratica? Questa, secondo Brandom, è la funzione della logica.

Grazie al linguaggio proprio della logica si portano “a galla” quelle operazioni che guidano il processo di acquisizione delle nozioni cui perveniamo, si ravviva con il grigio quel grigio che già e sempre colora la tela sempre rinnovantesi ed allargantesi delle nostre inferenze materiali. Il lavoro del logico non è, da ciò, immediatamente produttivo: quel che esso opera è solo un’esplicitazione della forma complessa di definizione tanto di uno specifico, quanto di uno qualsiasi, contenuto concettuale. La dote dell’essere razionale propria dell’uomo e la sua più alta facoltà di conoscenza, è dunque la capacità di ritornare riflessivamente sulle operazioni che, pragmaticamente, strutturano normativamente le inferenze materiali madri dei suoi propri contenuti semantici[6]. A ben vedere, la determinazione della funzione della logica qui presentata non è valevole unicamente per la costante di individuazione di suddetti contenuti, a un livello che si può non troppo ingenuamente definire “teoretico”, ma, fondandosi esso sulla dinamica pragmatica che abbiamo ricostruito in precedenza, addirittura è la condizione di possibilità della ricomprensione normativa stessa che Brandom propone. L’uso della logica, proprio in ragione di questo, consente di estendere la capacità riflessiva anche e soprattutto alle pratiche che ci vedono protagonisti: esplicitare le ragioni dev’essere, di conseguenza, l’atteggiamento costante di ogni individuo che intenda relazionarsi all’alterità in modo normativamente coerente, e, anche per questo, eticamente giusto. La logica è esattamente la facoltà caratteristica di ciò che Brandom arriva a definire “autocoscienza semantica”[7].

 

2. Diskursethik?[8]

Assunte le premesse teoretiche del sistema di Brandom, è immediata la torsione alla dimensione sociale e etica della vita umana. La socialità si configura come insieme di pratiche, come un’interazione che, vista la sua costitutività, pone sempre nuovamente la necessità del suo riordinarsi normativamente, al fine di favorire la sua stessa conservazione e la possibilità della realizzazione di ciascun individuo sua parte. Ciascun contenuto determinato, che sia un singolo atto o un insieme complesso di leggi e ordinamenti, mantiene in se stesso la natura relazionale che abbiamo ricostruito: resta qualcosa che ha in altro le ragioni della sua determinatezza, che si individua da una processualità inferenziale specifica e che in altre dinamiche è implicato e protagonista. Chi dunque agisca in una certa maniera, avrà da fare i conti con l’obbligo di a) rendere ragione della propria scelta, e dell’azione che da essa consegue, e b) sostenere il peso che la propria azione riceve nella contestualità sociale in cui si realizza. La ragione, intesa come autocoscienza semantica, è il metro mediante il quale l’individuo è nella possibilità di calibrare consapevolmente le proprie posizioni e le proprie attività, esplicitando mediante essa l’articolazione concettuale che di un contenuto specifico costituisce l’origine o le conseguenze possibili.

Al bisogno normativo cui accennavamo, per questo, la proposta filosofica di Brandom può rispondere affermando la consapevolezza della necessità di una inesauribile critica alla modalità immediata di determinazione delle proprie scelte e delle proprie azioni, alle prime conseguenti. Un atto qualsiasi si fa latore di un contenuto che non si esaurisce a chi ne rappresenta il motore, né tantomeno al motivo, né ancora alla specifica modificazione allo stato di cose su cui si inserisce. Esso è un movimento sempre sottoposto al vaglio critico di altri; per essi stessi, infatti, costituisce realtà, ha pretese di universalità ben determinate o determinabili, domanda di essere riconosciuta e rispettata. All’interno di questa dinamica, dunque, il singolo deve comprendere che la propria pretesa non può esaurirsi in se stessa, ma dipende di fatto dalla risposta che gli altri dànno, dalla possibilità della sua sussistenza vincolata a essi – il riconoscimento, che dalla cosa procede fino alla soggettività che la origina. La reciprocità dell’atteggiamento così prefigurato costituisce l’unico senso con cui ci pare individuabile una normativa del riconoscimento: l’etico è vincolato solo dalla necessità che ognuno sia consapevole dell’alterità come di una destinazione, e non di una strumentalizzazione. L’atteggiamento morale fondamentale, dalle proposte brandomiane, si istanzia dunque come l’abitudine discorsiva di esibire e condividere le ragioni delle proprie scelte, sopportandone le conseguenze, sapendo la relazione all’altro come la condizione della loro sussistenza.

 

Riccardo Levorato

 

NOTE.

[1] I riferimenti possono essere molteplici, ma i principali e più famosi interpreti hegeliani statunitensi restano tre: Terry Pinkard – il più famoso e più tradotto anche oltreoceano –, Robert Brandom e Robert Pippin. Per un panorama fondamentale su quest’ultima declinazione della filosofia di stampo anglo-americano, si veda: L. CORTI, Ritratti hegeliani. Un capitolo della filosofia americana contemporanea, Carocci, Roma, 2014.

[2] Utile per un veloce quadro riassuntivo a questo riferimento teorico, il capitolo primo di J. HABERMAS,Fatti e norme, a cura di L. Ceppa, Laterza, Bari, 2013.

[3] Affermare l’essere mammifero del gatto “Leo” è giustificato dall’articolazione concettuale che “mammifero” conserva, in relazione alla dinamica inferenziale che dimostra l’inclusione di caratteristiche della specie “gatto” entro quelle proprie del genere “mammifero”, e l’esclusione di altre che non ineriscono a quella specifica semantica.

[4] I termini “norma” e “regola” sono qui usati indiscriminatamente, ma con ragione: non c’è, infatti, nella trattazione di Brandom, riferimento notevole ad una distinzione tra i due. L’uno – “norma” – sembra indicare propriamente i lemmi appartenenti a quel «metavocabolario pragmatico universale» (termine usato da Brandom in un’intervista nel 1999, cit. L. Corti, Ritratti hegeliani. Un capitolo della filosofia americana contemporanea, p.115) che riassuma ogni pratica entro il suo tessuto normativo essenziale; l’altro – “regola” – appare più precisamente riferito a regole interne e determinate di una specifica pratica. In ogni caso, non appare una distinzione concettualmente fondamentale per il discorso qui condotto.

[5] Brandom (cit. Making it Explicit, pp. 133, 174) afferma come avvenga il «[…] conferimento di contenuto semantico da parte della significatività pragmatica […]», e come dunque sia questo a «[…] far sì che i rumori e le iscrizioni significhino ciò che significano». Il possedere significato di una determinata parola dipende unicamente dall’uso che di quella si fa, dalla pratica che la coinvolge. Da qui, il riferimento a Wittgenstein e alle Ricerche filosofiche, con la celebre “svolta pragmatica”, che fecero scuola tanto nella filosofia anglo-sassone quanto continentale del secondo ‘900.

[6] «Una volta appreso il vocabolario logico, i parlanti possono rendere esplicito, in ciò che dicono, l’articolazione inferenziale dei loro contenuti inferenziali che finora era rimasta implicita in ciò che fanno». Ibid. p. XIX.

[7] «Rendendo possibile l’espressione esplicita delle relazioni già di per sé razionali che articolano il contenuto di tutti i nostri pensieri, essa ci apre a un livello superiore di razionalità. Essa è un dispositivo[corsivo nostro] per l’espressione e l’esplorazione delle conseguenze e discordanze dei nostri impegni razionali (perché inferenzialmente articolati). In breve, la logica è l’organo dell’autocoscienza semantica». (Tales of the Mighty Dead: Historical Essays in the Metaphysics of Intentionality, Harvard University Press, Cambridge, 2002, cit. p. 10).

[8] “Etica del discorso”: il riferimento è all’opera habermasiana del 1985 (J. HABERMAS, Etica del discorso, Laterza, Bari, 2009). Non in ottica di un confronto teoretico articolato tra le due proposte filosofiche, quanto piuttosto in riferimento all’intento generale, individuabile anche in senso etimologico.

Bibliografia.
  • BRANDOM, Articolare le ragioni. Un’introduzione all’inferenzialismo, il Saggiatore, Milano, 2002.
  • BRANDOM, Making it Explicit. Reasoning, Representing and Discoursive Commitment, Harvard University Press, Cambridge Massachusetts, 1994.
  • CORTI, Ritratti hegeliani. Un capitolo della filosofia americana contemporanea, Carocci, Roma, 2014.
  • CORTELLA, Hegel e Brandom, ovvero l’irriducibilità dell’idealismo oggettivo all’idealismo inferenziale neropragmatista, in La socialità della ragione. Scritti in onore di Luigi Ruggiu, a cura di L. Cortella, F. Mora, I. Testa, Mimesis, Milano, 2011.

 

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