Giustizia e negazione

Hegel: per una giustizia riparativa

 

L’odierna teoria del diritto ha incominciato a fare i conti con la necessità di ripensare strutturalmente la comprensione che si ha del concetto di giustizia e, come conseguenza di questo, di riformarne la messa in pratica in luogo sociale. Il modello classico della corrispondenza, secondo il quale al delinquente debba venire inflitta una pena che si configura uguale e contraria rispetto alla lesione da lui inferta, si rivela superficiale e astratto. Un simile procedimento, infatti, non fa che alimentare il circolo del conflitto e della violenza: a una negazione si risponde con una negazione identica, a un’esclusione con una medesima esclusione. L’azione del delinquente, che era stata concrezione della pretesa di far valere universalmente un proprio volere e un proprio diritto, non è estesa al contesto complessivo, radice della sua defezione, né sono comprese le ragioni intime – soggettive e oggettive – che costituiscono l’effettiva rottura dell’agente con il contesto e che motivano il fallimento della sua pretesa; semplicemente si riduce il suo atto al lato determinato del suo esser-stato e alle conseguenze – pur certo non meno importanti, come si noterà – di esso. Al delinquente, di conseguenza, che esprime pur sempre un bisogno – certo mal calibrato – di riconoscimento, si risponde unicamente con quel rifiuto e con quella negazione che devono pertenere solamente all’evento dell’azione illecita, quando si dovrebbe insieme istruire la sua capacità di avere a che fare consapevolmente con la pretesa universale delle proprie azioni. In questo modo si sterilizza completamente quella possibilità che è il suo diritto, che eccede e si differenzia da ogni suo pur necessario farsi reale, e si lede proprio quella giustizia universale che si vuole andare a tutelare e ristabilire: essa infatti asserisce proprio la dignità e l’inestimabilità di ogni uomo in quanto uomo.1 Con una semplice reazione si legittima quella precedente, che non ha né più né meno diritto d’essere della seconda.

Affinché questa sostanziale riconfigurazione venga a realizzarsi, non appare più opportuno limitarsi a un intervento continuo su codici preesistenti: questo continuerebbe semplicemente a riproporre, mai scossa, una logica della pura e semplice equivalenza. Si rivela piuttosto necessario un percorso di formazione che istruisca un intendimento di giustizia comprensivo e rispettoso di ciò che l’universale è secondo la sua propria pretesa: si determinerà, ancora, come la coscientizzazione sulla relazionalità intrinseca di ogni realtà, il sapere proprio di ognuno di noi di stare per altro, con questo come l’orizzonte di ogni possibile espressione umana.

Secondo i pionieri di questa innovativa modalità di pensiero della giustizia, da quanto detto, il rapporto che esiste tra illecito e reazione all’illecito – la pena – deve essere riproposto nei termini di una riparazione di una lesione inessenziale2: a) ricondurre quanto sia stato il fatto illecito al contesto della sua condizione, della sua pretesa e delle conseguenze che esso ha causato, abituandosi a pensare la violenza come indirizzata primariamente contro se stessi e, insieme, contro l’altro; b) prevenire, secondariamente, la possibilità della ripetizione di essa, educando alla relazionalità e precisamente all’anteposizione di questa rispetto a ogni proprio fine immediato e singolare: l’effettiva realizzazione di essi vede infatti la propria condizione proprio nel teatro costituito da quella relazionalità stessa.

Da un primissimo sguardo, perlopiù superficiale e parziale, potrebbe sembrare che, tra i riferimenti storico-filosofici che si possono prendere in considerazione a sostegno di queste posizioni, non debba essere annoverato il filosofo tedesco Hegel. Il pensiero che quest’ultimo formula nei suoi Lineamenti di filosofia del diritto, in relazione alla questione giuridico-penale, considera infatti come propria parte integrante proprio quella modalità di giustizia da cui intendiamo prendere le distanze, e sembra limitare l’azione giuridica alla sua dimensione retributiva. In questo scritto, ci si propone di evidenziare quanto una simile sensazione si riveli, per l’appunto, parziale e astratta: attraverso un confronto serrato con i paragrafi dell’opera dedicati a L’illecito e a La amministrazione della giustizia3, si dimostrerà come esista invero ben più di un’indicazione verso quella riformulazione dell’intendimento tradizionale di giustizia che si andava a tematizzare. La chiave di lettura sarà unicamente teoretica, e si eviteranno pertanto di considerare analisi di natura statistica e sociologica pur essenziali a una filosofia del diritto consapevole di sé.

 

1. L’illecito e il suo fondamento

Quando si tratta di mettere a tema il Diritto astratto, Hegel si propone di esporre la libertà nel suo essere «[…] immediata, il suo concetto perciò astratto, — la personalità; e il suo esserci una immediata cosa esteriore […]»4. Il rapporto che qui si indaga, nello specifico, è l’esito del movimento che, dal fatto che il soggetto si fa dapprima5 immediatamente mondo in una cosa esteriore su cui detiene proprietà, passa poi attraverso la consapevolezza della necessità di concepire la propria relazione con la cosa posseduta come vincolata6 dal rapporto di riconoscimento reciproco con altre personalità7, e perviene ultimamente alla differenza che sussiste tra l’universalità stessa del Diritto – istanziata come contratto, come volontà comune – e la specifica particolarizzazione di essa che è il sé immediato, particolare e volubile. La persona giunge qui al pensiero per cui esiste una condizione della propria realizzazione – il contratto, universale –, ma la pone ancora ultimamente differente rispetto al proprio particolare arbitrio, concependola perciò come uno stato inessenziale. Che i due lati – universalità del concetto di persona e particolarità del suo volere – si accordino è un accidente; se così non accade, l’arbitrio singolo è licenziato ugualmente a ottenere ciò che si propone.

A scanso di equivoci, Hegel fa molta attenzione a distinguere ciò che è comune da ciò che è universale: il primo è qui solo accidentalmente conforme al secondo, poiché l’effettiva volontà comune – propria di un insieme di singoli – aderisce alla struttura razionale che identifica la relazionalità a radice della singolarità; non è di per sé vero però che il comune sia necessariamente universale, ché la verità di una cosa non dipende dal semplice fatto che un insieme di persone vi aderisca. Il singolo tuttavia, a questo punto, non comprende la differenza, e identifica come detto le due dimensioni riducendo l’universale a un particolare che semplicemente gli si oppone.

Scrive Hegel:

Nel rapporto di persone immediate l’una con l’altra in genere, la loro volontà, altrettanto di come è in sé identica e nel contratto posta da esse come comune, così è anche una volontà particolare. Poiché esse sono persone immediate, è accidentale che la loro volontà particolare sia in accordo con la volontà essente in sé [secondo il suo concetto], la quale ha la sua esistenza unicamente grazie a quella […].8

Essendo la realtà del Diritto vincolata da un atto di adeguamento del tutto casuale, sito nella mutabilità di una volontà particolare, è posta la possibilità dell’accordo effettivo tanto quanto quella del disaccordo e della rottura tra i due poli. Si ha da ciò il fondamento dell’illecito: non c’è garanzia di uno dei due esiti alternativi, solo la possibile realizzazione di entrambi. Il diritto dunque è, in un caso simile, consegnato all’inessenzialità e alla parvenza, con ogni particolarità legittimata a valere come alternativa reale ad esso, e come cioè diritto particolare.

Nell’Enciclopedia (1830) troviamo qualche indicazione in più:

Per tal modo vi sono 1) vari fondamenti di diritto, dei quali, – essendo la proprietà esclusivamente individuale così rispetto alla persona come alla cosa, — solo uno costituisce veramente diritto; ma che, essendo gli uni verso gli altri, sono posti tutti con una parvenza di diritto rispetto alla quale il diritto vero vien determinato come il diritto in sé.9

In una simile situazione, a) in un primo caso l’universale continuerà a essere riconosciuto dalla persona come sussistente, ma con i caratteri della parvenza, e dunque resterà quell’inessenzialità di cui si può anche fare a meno; b) in un secondo caso, l’universale sarà riconosciuto valevole solo nella misura in cui è posto dal soggetto stesso, che avrà abitudine di modificarlo e rideterminarlo secondo il proprio comodo; c) in un terzo caso non si avrà nemmeno un simile riconoscimento parziale, e il lato universale e oggettivo della volontà diverrà totale nullità per il soggetto, che sceglie senza curarsi di esso. Dalla semplice a) lite civile – data dalla rivendicazione delle parti in causa della proprietà di un qualche oggetto determinato –, si passerà alla b) frode – in cui una o ciascuna delle persone invischiate tenterà di instillare nell’altra il convincimento della bontà effettiva di una determinata statuizione contrattuale, riconfigurando a proprio piacimento le condizioni oggettive di essa –, per terminare da ultima alla vera e propria c) criminosità – in cui semplicemente l’agente va per sé, ponendo come fonte di diritto una qualunque propria istanza arbitraria.

Leggiamo ancora Hegel:

Il diritto, che inteso come un che di particolare e perciò di molteplice di fronte alla sua semplicità e universalità essente in sé riceve la forma di una parvenza, è una tale parvenza talora in sé o immediatamente, talora esso vien posto dal soggetto come parvenza, talora semplicemente come nullo, – illecito senza dolo o illecito civile, frode e delitto.10

Si tratterà ora di vedere come il diritto, secondo il suo concetto, riscatterà se stesso mediante il toglimento di questa opposizione parvente: il soggetto riconoscerà non solo di essere quel diritto che ora pretende di avere, ma di essere per quell’universale che, in ogni caso, lo ricomprende e che eccede la sua propria arbitrarietà. Questa vale a diritto solo se si pone conforme alla propria struttura, alla necessità logico razionale che ne definisce concetto e dinamica. Comprenderà dunque, come condizione della propria validità e realtà, il rispetto e l’unità con quella forma che è il diritto stesso.

Ma la verità di questa parvenza è che essa, tale parvenza, è nullità, e che il diritto ristabilisce sé tramite la negazione di questa sua negazione, tramite il qual processo della sua mediazione [corsivo nostro], di ritornare a sé della sua negazione, esso determina sé come reale e valido, laddove prima era soltanto in sé e qualcosa di immediato.11

 

2. Il delitto come autocontraddizione e la pena come negatività della negazione

La violenza, che il delitto rappresenta, è secondo Hegel immediatamente contraddittoria: essa, infatti, pone e toglie se stessa contemporaneamente. Una volontà, infatti, è libera – ed è quindi se stessa – solamente nel suo realizzarsi, nel suo estrinsecarsi. Quando tuttavia questo porsi in essere sia lesivo del porsi in essere di un altro, il primo rimuoverà la condizione stessa della propria libertà e realtà: esso non ha possibilità di valere, né di esistere, se non in virtù di un atto specifico, che è il riconoscimento operato da altri della sua pretesa. Per ciò stesso, è necessario che sia il primo soggetto a operare consapevolmente la rinuncia della propria volontà particolare, e a privilegiare, mediante i suoi atti, la relazionalità essenziale che definisce il suo concetto e, di conseguenza, la sua realtà. A prescindere da questo, tuttavia, preso atto del fatto che la potenzialità lesiva resiste – in quanto libertà negativa, soggettiva – persino alla coazione operata dal proprio concetto, la tutela del Diritto in sé, e con ciò di tutti gli uomini che lo incarnano, va posta in una reazione che, come una seconda coercizione, disarmi la prima nella sua radice. Ad una prima negazione, quindi, se ne accompagnerà necessariamente una seconda, la quale si configurerà come la pena (Strafe) imposta al singolo per l’illecito da lui attuato. È opportuno discutere un poco più approfonditamente della differenza che intercorre tra le negazioni qui coinvolte, al fine di mostrare come necessario definire accuratamente la modalità in cui la seconda deve venire operata.

Del fatto ch’essa distrugge sé nel suo concetto, la coercizione ha l’esposizione (avente realità) in ciò, che coercizione vien tolta da coercizione; essa è perciò non soltanto condizionatamente giuridica, bensì necessaria, – cioè come seconda coercizione, che è un togliere della prima coercizione.12

La soggettività ha perseguito se stessa, si è fatta mondo proponendosi un oggetto particolare e ponendo in quello la propria attività e la propria volontà particolare. Ledendo l’effettività di una proprietà, di un contratto, generalmente della concrezione particolare di un’altra soggettività, è andata contro alla propria stessa condizione di possibilità13. L’agire illecito, perciò, non ha mai effettiva presenza duratura: dal momento stesso in cui si pone, è diverso dal suo concetto, dalla semplice negazione che pretende di essere. Per essere atto, per essere espressione di sé, l’agente vìola la condizione per la quale è, e cioè il fatto che un altro lo rispetti e che non ne cancelli la pretesa a sua volta. Affinché realizzi qualunque cosa, affinché ne pretenda il valore, dovrà realizzarsi il riconoscimento da parte altrui: con ciò l’agente è iscritto perfettamente nella dinamica per cui il Giusto si richiede e si realizza trascendentalmente, ma di questo non è consapevole. Se la pretesa era quella di far valere il proprio diritto di essere prescindendo dal diritto, è evidente la contraddizione: la finalità in sé del negativo, che è il grido di libertà della soggettività, se perseguita in questo modo rimuove se stessa. È evidente anche, a questo punto, che il colpevole non ha mai smesso di inscenare la propria Forma14 – l’apertura all’Altro come struttura del Sé –, ma l’ha solo perseguita male, dal momento che non possiede consapevolezza dell’insussistenza di una posizione che implica da sé la propria negazione. Un rapporto violento nei confronti dell’altro è di conseguenza un rapporto nocivo a se stessi.

Poiché la volontà è l’idea ovvero realmente libera soltanto in quanto ha esserci, e l’esserci nel quale essa ha posto sé è essere della libertà, ne segue che la violenza o coercizione [quella semplice, la prima] distrugge se stessa immediatamente nel suo concetto, come estrinsecazione di una volontà, la quale estrinsecazione toglie l’estrinsecazione o esserci di una volontà.15

Dal momento che quel che qui è accaduto non è, né può essere, il toglimento della possibilità della coscienza singola di realizzare se stessa16 – e di conseguenza non è rimossa la sostanzialità del Diritto –, ma solo la rimozione dell’occasione singola in cui essa ha tentato di realizzarsi, la pena che dovrà scontare, la seconda negazione di cui sopra, ha da configurarsi in modo da non essere equipollente alla prima17. Non potrà, dunque, esaurirsi in una semplice negazione della negazione, in una rimozione immediata del sinolo che è stata la coscienza con il suo errore, perché niente discriminerebbe e legittimerebbe la seconda come non-violenta di contro alla prima. Si identificherebbe suddetto sinolo, la coscienza che si è fatta realtà, con l’occorrenza della sua particolare espressione – in pratica, il tutto di esso con una sua parte – e si inscenerebbe solo un circolo di vendette, contro il quale Hegel mostra la necessità di pensare un «terzo giudizio, che è disinteressato, nella pena»18. Poiché la prima negazione è stata, infatti, solo figlia di una consapevolezza deviata di cosa il proprio diritto presuppone, chi intende preservarlo dovrà mirare al motivo di quell’autonegazione, assuntane l’inconsistenza. La garanzia è proprio il fatto che è solo quella coscienza fallace che provoca l’avvenimento del delitto, coscienza che è solo una modalità di esistenza di un diritto universale, il quale resta comunque inalienabile da chi lo incarni. Non è possibile pensare che una semplice reazione contrappositiva all’illecito risolva il problema e tuteli il Recht, poiché essa non comunica con quella particolarizzazione del diritto che è la personalità del criminale stesso. La reazione dovrà dunque, da capo, ricondurre quella lesione alla logica che mantiene e condiziona la stessa pretesa particolare che l’ha portata ad essere, intervenendo sulla causa di essa: lo stato della consapevolezza espressa nella ragione che l’ha guidata. La lesione, a ben vedere, esiste solamente come il discostarsi della volontà particolare dell’individuo dalla propria universalità in sé, dall’orizzonte della propria possibilità e della propria realizzazione. Non c’è un fatto in sé che sia il delitto: esso è immediatamente reale – e dunque, hegelianiamente, per il pensiero altrui – solo come ciò che un soggetto ha voluto e compiuto.

Scrive Hegel al paragrafo 99:

La lesione però, che è ricaduta sulla volontà essente in sé (e quindi invero altrettanto su questa volontà di chi lede, quanto di chi è leso e di tutti), non ha alcuna esistenza positiva in questa volontà essente in sé come tale, […]. Per sé questa volontà essente in sé (il diritto, la legge in sé) è piuttosto ciò che esteriormente non esiste e per tanto non può esser leso. Parimenti la lesione è per la volontà particolare di chi è leso e degli altri solamente qualcosa di negativo. L’esistenza positiva della lesione è soltanto come la volontà particolare del delinquente. La lesione di questa come di una volontà essenteci [seconda negazione] è dunque il togliere il delitto, che altrimenti varrebbe, ed è il ristabilimento del diritto.19

Il punto, dunque, per Hegel, non è tanto il fatto che la violenza ci sia stata, quanto piuttosto la necessità di preservare rispetto all’evento stesso quella volontà soggettiva che è la forma essenziale del Diritto. In una negazione reattiva questa sarebbe lesa, poiché identificata con l’occasione della sua autonegazione; nella seconda negazione, in cui la pena si struttura, quella è, al contrario, portata a riflessione. L’illecito, che pareva configurarsi come il trionfo di una “libertà da” quel vincolo che il Diritto rappresenta, inscena la più grande riconferma di esso attraverso la propria autodistruzione. Una pena consapevolmente condotta, lo abbiamo ora inteso, dovrà intervenire al risanamento di questa rottura, portando la volontà particolare – in quanto tale, ma specialmente qualora si ponga esplicitamente contro la propria essenza relazionale – a riconoscere di stare come il proprio autoannientamento20, e a operare questo convincimento per comprenderlo fino in fondo.

Secondo il concetto della volontà la sua realizzazione in lei stessa è questo: togliere (§ 21) l’essere in sé e la forma dell’immediatezza, […] nell’opposizione della volontà universale essente in sé e della volontà singola essente per sé, e poi grazie al toglier questa opposizione, grazie alla negazione della negazione, come volontà determinantesi nel suo esserci, per cui essa è non soltanto libera volontà in sé, bensì per se stessa, come negatività riferente sé a sé. La medesima volontà ha ormai per suo oggetto la sua personalità, come quella che soltanto è la volontà nel diritto astratto; la soggettività in tal modo per sé infinita della libertà costituisce il principio del punto di vista morale.21

La necessità che si eviti il protrarsi all’infinito delle vendette, intese come l’esercizio soggettivo e immediato della giustizia – e, dunque, come quella forma di reazione del tutto equipollente alla prima azione illecita –, mostra quanto occorra educare il delinquente alla consapevolezza dell’autocontraddizione insita in una particolarità che si voglia universale in quanto particolare, e portarlo a volere l’universale non più come parvenza oggettiva e coartante, ma come la condizione dell’espressione della sua particolarità stessa. La prima violenza è la pretesa di stare anche a prescindere rispetto alla modalità della propria esistenza, della propria realtà e delle leggi che questa conserva: è pura follia, viziata e coartata da una deficienza di consapevolezza. La vera giustizia sarà dunque formare la naturale differenza della soggettività rispetto all’oggettività del Diritto – differenza che è, ancora, libertà negativa–, e condurre la soggettività a riconoscersi nella propria realtà effettiva, ad abbracciare quindi la condizione dell’esistenza della propria libertà stessa, e ad essere per ciò stesso morale.

Conclude Hegel:

L’esigenza che sia tolta questa contraddizione […] che qui sussiste nella maniera di togliere l’illecito, è l’esigenza di una giustizia liberata dall’aspetto e interesse soggettivo così come dall’accidentalità della forza, epperò non vendicativa, bensì punitiva [diremo noi, semplicemente “riparativa”]. In ciò risiede l’esigenza di una volontà che come volontà soggettiva particolare voglia l’universale come tale [corsivo nostro]. Questo concetto della moralità però è non soltanto un qualcosa che si esige, bensì è venuto fuori in questo movimento stesso.22

 

3. Il diritto positivo e la realtà della mediazione

La tematizzazione della dialettica tra illecito e pena presente nelle pagine del Diritto astratto non rappresenta l’unico momento in cui Hegel esibisce la necessità di pensare più strutturalmente la dimensione penale della giustizia. Perché ve ne sia trattazione completa, è necessario che si considerino allo stesso modo le pagine dedicate a La amministrazione della giustizia, concentrate all’interno della sezione in cui sono discusse le dimensioni proprie della società civile.

La dinamica interazionale e sociale costituisce il realizzarsi della struttura logico-razionale descritta nel Diritto astratto. Gli individui, persone giuridiche in quanto singoli, perseguono i rispettivi interessi competendo nell’agone della società civile. Mediante il proprio lavoro, la stipulazione di contratti e lo scambio di beni incrementano e soddisfano qui parimenti i propri come gli altrui bisogni: nella natura stessa dell’Io e del Mio, dei desiderata particolari della singolarità, Hegel ravvisa la necessità di pensarne la destinazione universale e intersoggettiva. La costituzione dell’individualità stessa, sia essa fisica o coscienziale, pertiene alla relazione in cui essa si – appunto – individua; non c’è né ci può essere individuo prima della relazione, e in essa il perseguimento dei fini propri acquista validità universale. Lo si era detto in precedenza: affinché un possesso divenga legittimamente proprietà, il riconoscimento di esso dovrà avvenire formalmente, dovrà essere istituzionalizzato e realizzato in un contratto il quale è saputo essere, da più volontà, la condizione di loro stesse. In ambito reale, e dunque in campo sociale, non è possibile assottigliare il rispetto dell’universale all’accidentalità, e sarà perciò primariamente necessario istituire un codice che rappresenti realiter, tutelandolo, il carattere formale del diritto “naturale”23. Il diritto della persona alla propria realizzazione, che nel sistema dei bisogni sic et simpliciter era soltanto astrattamente valido ma mai realmente universale, conquista qui al sapere e al volere di tutti la sua realtà terza e ulteriore rispetto alle parti. Sarà dunque necessario porre il diritto: positivizzarlo.

Afferma infatti Hegel:

Il principio di questo sistema dei bisogni, principio inteso come la propria particolarità del sapere e del volere, ha entro di sé l’universalità essente in sé e per sé, l’universalità della libertà, soltanto astrattamente, quindi come diritto della proprietà, il quale però qui non è più soltanto in sé, bensì nella sua realtà vigente, come protezione della proprietà ad opera dell’amministrazione della giustizia.24

E ancora:

Il relativo [carattere negativo] del rapporto reciproco dei bisogni e del lavoro per essi, ha in primo luogo la sua riflessione entro di sé, in genere nella personalità infinita, nel diritto (astratto). Ma è questa sfera del relativo, come cultura [Bildung], essa stessa, che dà al diritto l’esserci, di essere come cosa [corsivo nostro] universalmente riconosciuta, saputa e voluta, e, mediato da questo essere saputo e voluto, di avere validità e oggettiva realtà.25

Il carattere del diritto così posto e messo in essere – nella modalità ad esempio del codice scritto – è quello di rappresentare l’unione che esiste tra il sapere qualcosa come un che di universalmente valido – eminentemente ciò che Hegel definisce come il pensiero di qualcosa – e l’essere presente di esso allo sguardo: contemporaneamente la consapevolezza soggettiva e la presenza oggettiva della cosa. Nella sua positivizzazione, nel codice in cui viene scritta su carta piuttosto che incisa su tavole, il diritto diviene legge, e realizza quella «[…] identità dell’esser in sé e dell’esser posto […]»26 che gli conferisce tutta la sua obbligatorietà. Questo, di per sé, non è garanzia della compiuta giustizia di un determinato codice di leggi: nel momento in cui la serie di pensieri che deve andare a determinare27 le leggi si realizza, Hegel sottolinea come sia concretamente possibile che interferisca l’arbitrio e l’accidentalità soggettiva. Per ciò, per il carattere stesso di determinatezza di tale formulazione, la legge positiva può anche differire dal diritto in sé e fallire nel suo compito di rendere il Giusto realtà compiuta. Affinché io possa valere come diritto personale di detenere proprietà e realizzare me stesso nelle modalità che più mi aggradano, sarà necessario che operi nel rispetto del diritto in sé, posto ora in essere. Solamente nel riconoscimento che esso garantisce della mia personalità, come di quella di ognuno, l’individualità realizza effettivamente se medesima e partecipa formalmente, alla pari delle altre, all’agone della società civile: altrimenti non avrà possibilità d’essere, la sua postura sarà riconosciuta come nulla e avversata. La libertà di ognuno di disporre di sé coincide, nella sua essenza, con quella di tutti: non una può mancare.

Come si è visto precedentemente, qualora qualcuno anteponga il diritto proprio a quello positivo – sua condizione e destinazione –, viene commesso un delitto. In queste pagine, in cui la realtà sociale trova analisi strutturata, Hegel ha ancora più a cuore la definizione precisa della modalità opportuna di reazione all’illecito, e vi dedica un’ampia sezione che intitola: Il giudizio. La reazione all’atto illecito, infatti, è qui contestualizzata alla sua realtà sociale: quando si commette un crimine, infatti, non è solo la dimensione del giusto pensata nella sua astrattezza – la infinità della soggettività – a venire messa in pericolo, ma è anche il lato oggettivo, quello della realtà sociale intersoggettiva in cui esso ha presenza – la cosiddetta cosa universale. Tuttavia, come si diceva precedentemente, se la lesione ha già di per sé peso nullo, la stabilità forte della società – necessaria, al contrario della lesione – la annienta una seconda volta.

[…] il delitto non è più soltanto lesione di un che di soggettivamente infinito, bensì della cosa universale, che ha un’esistenza entro di sé stabile e forte. Interviene quindi il punto di vista della pericolosità dell’azione per la società [il valore esteriore delle sue conseguenze], attraverso di che da un lato vien rafforzata la gravità del delitto, ma dall’altro la potenza (divenuta sicura di se stessa) della società abbassa l’importanza esteriore della lesione, e arreca perciò una più grande mitezza [corsivo nostro] nella punizione del medesimo.28

Lasciando per un attimo al seguito di questo contributo la determinazione di tal “valore esteriore” della lesione, ciò che interessa è qui individuare la rilevanza presente di quella mitezza nell’imposizione penale, che Hegel sottolinea. Nell’annotazione propria del paragrafo appena citato – §218 –, infatti, l’autore mostra come la pericolosità, e quindi l’esteriorità dell’insieme delle conseguenze che un determinato atto implica per il congregato sociale, piuttosto che per il singolo immediatamente leso, non siano che determinazioni quantitative – la dimensione delle quali è certo, a rigore, una delle determinazioni qualitative da considerare –, e che di conseguenza non siano da assumere come il tutto della dinamica criminosa29. Nella dinamica processuale, quindi, e nell’azione del tribunale, il diritto, ora per sé indipendente, deve validarsi universalmente e deve ricondurre a sé quella lesione che l’ha messo in pericolo: deve portare la violenza alla riflessione su di sé, deve portare il caso particolare che gli sta di contro a riconoscere l’universalità entro di sé. Appare ora chiaro ciò che il tribunale, l’esistenza del diritto che deve far valere la sua come universalità, dovrà e non dovrà fare.

Lasciamo la parola a Hegel, che in questo paragrafo 220 è cristallino:

Il diritto di fronte al delitto nella forma della vendetta (Rache) è soltanto diritto in sé, non nella forma del diritto, cioè non giusto nella sua esistenza [corsivo nostro]. In luogo della parte lesa entra in scena qui l’universale leso, che nel giudizio [del tribunale] ha realtà peculiare, e prende su di sé la persecuzione e la punizione del delitto, la quale pertanto cessa d’essere il contraccambio soltanto soggettivo e accidentale attraverso la vendetta e si muta nella verace conciliazione del diritto con se stesso, in pena, – nel rispetto oggettivo, come conciliazione della legge che col togliere il delitto ristabilisce e con ciò realizza come valida se stessa, e nel rispetto soggettivo del delinquente, come conciliazione della sua legge da lui saputa e valida per lui e a sua protezione, nella cui esecuzione in lui egli quindi addirittura trova l’appagamento della giustizia, soltanto il compimento di quanto stava in lui compiere [corsivo nostro].30

Qualora il procedimento di giustizia si frantumasse in azioni penitenziarie sconnesse, isolate e parziali, esso diventerebbe non solo un ostacolo al proprio medesimo fine, ma addirittura uno strumento per la ragione dell’illecito. È necessario infatti che sia tutelata la terzietà del tribunale, il suo fine universale come radice di essa, e l’unica modalità possibile è il mantenimento a fine dei diritti – o del Diritto, se inteso essenzialmente – di ciascuna delle due parti in causa. Fondamentale è la cautela in virtù della quale il procedimento giuridico resta oggettivo, connotato in virtù del fine universale che è il diritto, e non assume altresì le sembianze di una semplice opposizione a una soggettività identificata al suo comportamento scomposto. Affinché si eviti il ricorso immediato ad un formalismo che, poiché presente semplicemente nella forma positiva della legge, può apparire semplicemente negativo31 ed esterno, il nostro autore prospetta addirittura un corso processuale che consideri un momento mediale in cui le parti siano ricomposte informalmente – si nomina il “giudizio arbitrale, di pace” – e venga evitato un immediato rinvio a giudizio. L’intendimento di Hegel, magari qui poco strutturato dal punto di vista tecnico-giuridico, è valorizzare la necessità di contatto tra le soggettività dal punto di vista procedurale: non dunque un immediato ricorso a istituzioni giuridiche e penali strutturate, ma primariamente un contatto comprensivo delle parti direttamente in causa, che abbia a scopo una mediazione che tenti una composizione pacifica della lite.

[…] Poiché alle parti spetta il diritto di percorrere sino in fondo tale diffuso formalismo, formalismo che è loro diritto, di conseguenza, poiché esso può venir parimenti trasformato in un male e perfino in strumento dell’illecito, si deve per parte del tribunale render loro un dovere – per prendere in protezione le parti e il diritto stesso come la cosa sostanziale, il che è l’importante, contro il procedimento giuridico e l’abuso di esso, – di assoggettarsi a un giudizio semplice (giudizio arbitrale, di pace), e ad un tentativo di composizione della lite, prima ch’esse [le parti] passino a quello [il procedimento giuridico].32

Nel diritto delle coscienze particolari implicate nella dinamica giuridica, oltre al fatto di conoscere il codice di leggi, esiste anche la possibilità di avere chiara davanti a sé la ragione di un determinato esito del processo: non solo dunque si ha il diritto a un giusto processo, ma oltre a questo deve essere assicurata all’imputato anche la facoltà di comprendere la misura e il criterio utilizzati nell’applicazione giuridica. Un soggetto, dunque, perché il diritto abbia la sua validità universale reale e presente, dovrà avere alla disponibilità della propria cognizione il telaio della dinamica razionale fondativa di esso; altrimenti, il diritto sarà un particolare privilegio di alcuni e rimarrà estraneo rispetto a una sua dimensione costitutiva e, ultimamente, estraneo a se stesso. Affinché dunque non si ricada nella fallacia per cui l’universale è quel particolare accordo comune che esclude da sé l’alterità altrettanto arbitrariamente, al diritto di stare presenti in giudizio – per potersi difendere o anche solo udire la sentenza – si dovrà assolutamente accompagnare il diritto al sapere il provvedimento come un qualcosa saputo e voluto nella sua giustizia. L’universale, perché sia tale, deve rendersi quel che è anche agli occhi di chi, pensando male, ha anteposto il proprio arbitrio al proprio concetto.

Se la cognizione [corsivo nostro] del diritto attraverso il carattere di quel che costituisce le leggi nel loro ambito, inoltre dell’andamento delle discussioni giudiziali, e attraverso la possibilità di perseguire il diritto, è proprietà di un ceto che si rende esclusivo anche per mezzo della terminologia […], ne segue che i membri della società civile, che per la sussistenza dipendono dalla loro attività, dal loro proprio sapere e volere — di fronte a ciò che non soltanto è il più personale e il più proprio, bensì anche il sostanziale e razionale in esso, il diritto, son tenuti per estranei e posti sotto tutela, addirittura in una sorta di servaggio di fronte a tale ceto. Se essi hanno sì il diritto d’esser presenti in giudizio fisicamente, con i loro piedi (in judicio stare), questo è poco, se essi non debbono essere presenti spiritualmente, col loro proprio sapere; e il diritto ch’essi conseguono rimane per essi un destino esteriore.33

 

Conclusioni

Da quanto evidenziato in questa sede appare evidente che, nelle interpretazioni sopra indicate della filosofia del diritto hegeliana, si rischia di prendere una parte e di fare di essa il tutto. È fuor di dubbio, infatti, che Hegel metta a tema anche quella giustizia che abbiamo chiamato, in sede di introduzione, retributiva. La modalità in cui è tematizzata, tuttavia, fornisce a pieno la ragione per cui la si ritiene necessaria: ciascun delitto non può, solo perché è il toglimento rivolto su di se medesimo, essere trattato come un puro nulla, ma deve essere pensato come un qualcosa dotato di «[…] estensione determinata, qualitativa e quantitativa [corsivo nostro] […]»34. Se  questo è vero, però, anche la reazione rispetto a esso dovrà avere modalità determinate di estensione e qualità, anche solo per preservare la differenza specifica che intercorre tra i singoli delitti. La dimensione quantitativa, infatti, che ultimamente non è altro che la capacità di misurare l’estensione della dinamica illecita, è pur sempre una delle dimensioni qualitative – determinative – di ciò che illecito, e dunque pena, sono. Hegel non fa di una parte la misura totale della pena, e questo è chiaro una volta di più nei passi che abbiamo citato: una reazione semplicemente tale, equipollente alla prima azione illecita, non è esaustiva della giustizia, che dovrebbe caratterizzare il suo piano di forza nell’universalità, di contro a quella prima, delittuosa perché particolaristica. Non sarebbe universale, non sarebbe ricomprensiva anche di quelle ragioni – che pure ci sono, e hanno diritto di essere – che hanno guidato la stessa forma illecita. È da pensare una modalità più complessa di operazione della giustizia, che non perderà il suo darsi quantitativamente e qualitativamente determinato, ma si orienterà a un piano di realtà differente da quello della semplice immediatezza dell’esistenza.

Il togliere il delitto in tanto è retribuzione, in quanto essa secondo il concetto è lesione della lesione e secondo l’esserci il delitto ha un’estensione determinata, qualitativa e quantitativa, quindi anche la di lui negazione come esserci [pensando a essa in questa forma] [corsivo nostro] ha un’altrettale estensione.35

A ben vedere, d’altro canto, una teoria della giustizia che facesse totalmente a meno del momento retributivo sarebbe passibile della medesima critica di astrattezza e irrealtà di cui ci si faceva forti contro la retribuzione stessa. Una teoria siffatta, infatti, ignorerebbe che la complessità in cui si dà la dinamica di delitto e reazione-al-delitto si istanzia attraverso momenti determinati che, oltre a dare senso alla cosa stessa, rappresentano pure elementi di cui non è giusto ignorare la presenza. La volontà, infatti, è da pensarsi comprensiva di ciascuno dei momenti in cui si individua: non astraendo la differenza in grazia della quale si ritiene di potere postulare una giustizia che debba distanziarsi dal semplice circolo delle negazioni, piuttosto che il momento dell’identità con la determinata realtà in cui essa si era concretata mediante un’azione – che ha, nella sua esteriorità, conseguenze e peso specifico ben definibili. La volontà particolare dell’individuo, lesa o lesiva che sia, ha diritto di essere proprio in quanto momento necessario della più complessiva forma universale della volontà libera in quanto tale, cui va ricondotta mediante formazione (– Bildung). Come tale, dunque, ha diritto di essere considerata come termine al quale, vista la lesione, si debba attribuire qualcosa – in termini di debito o di credito. La modalità determinata di questa retribuzione è, da Hegel, consegnata alle scienze positive del diritto: il compito del filosofo è unicamente quello di fissare razionalmente le strutture inevadibili sulle quali questi rapporti determinati devono poggiare.

Riccardo Levorato

Bibliografia

  • G.W.F. HEGEL, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad., pref., note di B. Croce, Laterza, Bari 1994.
  • G.W.F. HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Laterza, Bari 1998;
  1. Da Hegel impariamo che: «Appartiene alla cultura […] che io venga appreso come persona universale, ove tutti sono identici. L’uomo ha valore così, perché è uomo, non perché è ebreo, cattolico, protestante, tedesco, italiano ecc. Questa coscienza, per la quale il pensiero ha valore, è d’importanza infinita […]». G.W.F. HEGEL, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Laterza, Bari 1998, cit., p. 169.
  2. L’uso di questo termine intende sottolineare il carattere di accidentalità proprio della lesione che incarna l’illecito. Un’azione singola non esaurisce l’orizzonte di possibilità di chi l’ha inscenata, è differente da esso e ne è una concrezione.
  3. Le sezioni qui indicate sono contenute all’interno, rispettivamente, del Diritto astratto – prima parte dell’opera – e dell’Eticità – terza parte dell’opera. La amministrazione della giustizia è a sua volta sottosezione della Società civile, seconda delle tre sezioni in cui si articola l’Eticità.
  4. Ibid., p. 45.
  5. La scansione è, come accade sempre quando riguarda Hegel, da intendersi figlia del momento intellettuale: si tratta quindi solamente di scandire i determinati momenti logici in cui il movimento deve essere individuato, non di assolutizzare uno di essi e di farne il tutto del movimento che definisce la cosa di cui si sta parlando. Non si pretende mai, hegelianamente, che qualcuno di essi valga o venga inteso separatamente rispetto agli altri, ma devono al contrario essere intesi comprensivamente. La determinazione, trascendentale, presuppone e valorizza la differenza, e quindi la scansione del movimento che dice la cosa nei suoi diversi momenti.
  6. Il rapporto è ovviamente più complesso di quanto non si sia espresso qui così brevemente. Il farsi determinazione cosale esterna destina la volontà ad essere sottoposta al potere che altri detengono sulle cose e, identicamente, su quella cosa “x” in cui ella si determina. Che dunque vi sia effettivamente questo possesso, e che dunque l’originaria universalità del Diritto – pensato anche solo come “mio” diritto – si istanzi, dipende dalla relazione con altri e dal riconoscimento reciproco di questa potenzialità sulla cosa. Qualunque cosa si pone come la pretesa e l’attività di un’alterità cui comunque, di conseguenza, si ha a che fare. A presupposto del possesso, dunque, c’è solo l’essere riconosciuto di esso, e questo, perciò, è il fondamento del contratto. La cosa, a ben vedere, «è il termine medio, nel quale si congiungono gli estremi, le altre persone; […] Il mio volere ha per esse la sua esistenza determinata e riconoscibile nella cosa […]». ID., Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad., pref., note di B. Croce, Laterza, Bari 1994, cit., p. 479.
  7. Le quali non sono altro che molteplici particolarizzazioni della volontà libera assunta secondo il suo concetto e, quindi, nella sua universalità.
  8. ID., Lineamenti di filosofia del diritto, cit., p. 80.
  9. ID., Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, cit., p. 481.
  10. ID., Lineamenti di filosofia del diritto, cit., p. 82.
  11. Ivi.
  12. Ibid., p. 85.
  13. Ed è solo questo, a rigore, che rende all’illecito il proprio stato di illecito: la necessità di passare oltre se stesso, di essere posizione, non solo negazione.
  14. Si intende, qui, con “Forma”, la connotazione aristotelica del termine, che Hegel adotta a sua volta. “Forma” non è necessariamente solo l’astrazione dal contenuto, ma è altresì la struttura determinata propria di una o di ciascuna realtà. Nella “Forma”, intesa al modo qui indicato, il contenuto è risolto, è trapassato dalla propria determinatezza alla natura essenziale di essa: la Forma è questo movimento imperituro.
  15. Ivi.
  16. L’ignoranza della coscienza criminosa è proprio questa: pensare di perseguire se stessa senza rispettare la condizione per perseguire se stessa, e quindi di agguantare la propria felicità. La lesione è insussistente, se non nella sua possibilità – che è diritto –, incarnata in una consapevolezza deviata.
  17. Hegel si dimostra consapevole di quanto siano a fronteggiarsi due violenze perfettamente equivalenti. Lo sguardo che le consideri tali, tuttavia, è il pensiero astratto della personalità per cui qualunque cosa si frapponga tra il mio diritto sulla cosa e la cosa stessa è semplicemente negativo di una libertà negativamente intesa. Pensare il rapporto un po’ più complessivamente è dovere proprio di ogni essere ragionevole.
  18. ID., Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, cit., p. 483. La forma corsivata di «disinteressato» è da noi proposta.
  19. ID., Lineamenti di filosofia del diritto, cit., p. 88.
  20. Hegel, a questo punto, mostra la necessità che non ci si ponga negativamente nei riguardi del Diritto sito nel delinquente, in ottica di punirlo per le sue azioni. Il delinquente inscena pur sempre il Diritto in quanto soggettività, anche magari perseguendo qualcosa che è contrario al Diritto stesso, che è suo in quanto universale: è parte della sua libertà, è suo diritto, e non è certo la repressione di esso a preservarne la natura universale.
  21. Ibid., p. 94.
  22. Ibid., p. 93.
  23. Si intende qui “naturale” come “essenziale”, iscritto nella struttura propria di una determinata realtà. Nessuna allusione pertanto a una teoria del diritto e della giustizia che affondi esclusivamente sul modo in cui enti e rapporti sarebbero disposti in natura organica naturalisticamente.
  24. Ibid., p. 169.
  25. Ivi.
  26. Ibid., p. 171.
  27. Particolare enfasi si è decisa di porre su quanto l’azione del determinare i codici giuridici positivi sia componente dell’occasione della sua corruzione. La determinazione, infatti, rappresenta sempre e una esclusione e una limitazione; inoltre la legge, perseguendo l’universalità – pure determinandosi –, per necessità astrae e pone il determinato già come sussunto. Sarà compito di chi si fa carico dell’esecuzione della legge il compito complementare a quello di chi la determina, cioè quello di mediare l’universale con il caso specifico che, riflettendosi, inscena l’universalità stessa.
  28. Ibid., p. 176. Sul valore del lato esteriore della lesione ci si spenderà in seguito.
  29. «[…] Poiché il delitto, in sé una lesione infinita [quel negativo assoluto di cui si disquisiva sopra], inteso come esserci [l’evento di esso, l’atto comprensivo del suo esistere] deve venir misurato secondo differenze qualitative e quantitative (§96), e questo esserci è ora determinato essenzialmente come rappresentazione e coscienza della validità delle leggi, ne deriva che la pericolosità per la società civile è una determinazione della gravità di esso, o anche una delle sue determinazioni qualitative.» Ivi.
  30. Ibid., p. 178.
  31. Hegel rimarca a più riprese che la reale bontà di un atteggiamento giuridico non può limitarsi all’effettiva inclusività delle leggi in esso protagoniste. Invero, sarà necessario estendere la considerazione anche al caso specifico in corso di giudizio, mirando a tutelare la sfera emozionale soggettiva di chi vi è implicato.
  32. Ivi.
  33. Ibid., p. 182.
  34. Ibid., p. 90.
  35. Ivi.
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