Introduzione

Nel 1738, David Hume conclude uno dei suoi scritti più importanti, A Treaties of Human Nature. Quest’opera sarà destinata a rimanere uno dei capisaldi del pensiero occidentale fino ai giorni nostri, consacrando l’autore come uno dei più grandi filosofi della sua epoca e della storia. La prima parte si occupa nello specifico della mente e della conoscenza umana; già nei primi passi possiamo trovare un’affermazione molto importante, che servirà da guida in alcune argomentazioni:

‘Tis an establish’d maxim in metaphysics, that whatever the mind clearly conceives includes the idea of possible existence, or in other words, that nothing we imagine is absolutely impossible.

Hume si impegna a sostenere due cose: (a) la prima è che qualsiasi cosa sia concepita include il concetto di esistenza possibile; (b) in secondo luogo che niente di ciò che immaginiamo è assolutamente impossibile – contraddittorio.

Possiamo tradurre l’affermazione humeana in due principi, e per renderla più chiara possiamo servirci dell’implicazione materiale: possiamo riferirci ad (a) come il principio di concepibilità, e rappresentarlo così,

(PC) Concepibile→Possibile;

(b) ci dice che tutto quello che immaginiamo non può essere impossibile in senso metafisico, ovvero contraddittorio, possiamo chiamarlo principio di inconcepibilità, e rappresentiamolo così,

(PI) ¬Possibile→¬Concepibile.

Ma cosa significa concepire? Nel Treatise, concepire significa immaginare, oppure, più specificatamente, formare un’idea. Si tratta di una facoltà del nostro intelletto, quella che ci permette di generare i nostri pensieri e metterli in collegamento tra loro.

Insomma, Hume fa delle affermazioni molto forti sulla natura della nostra mente, in particolar modo sulla nostra capacità di immaginare e i suoi limiti; vedremo ora in che contesti questi principi vengono utilizzati per capire come funzionano.

 

Parte I, Sezione VII: Of abstract ideas

In questa sezione il tema che viene esplorato riguarda un antico dibattito filosofico. La domanda alla quale dobbiamo rispondere è: in che modo concepiamo le idee astratte? Ci si presenta dunque un dilemma:

The abstract idea of a man represents man of all sizes and all qualities; which ‘tis concluded it cannot do, but either by representing at once all possible sizes and all possible qualities, or representing no particular one at all.

Questo tipo di idee sono quelle che classicamente venivano chiamate universali, e le opzioni sembrano essere due: esse contengono tutti gli oggetti particolari che le istanziano, oppure nessuno di essi? Vediamo l’argomento humeano:

Argomento idee astratte

[Premesse]

  1. Ogni cosa in natura è individuale,
  2. Se qualcosa è impossibile allora è inconcepibile (PI),
  3. Formare l’idea di un oggetto equivale a formare un’idea sempliciter,
  4. Se qualcosa è assurdo nei fatti e nella realtà, allora deve essere assurdo nell’idea;

[Argomento]

  1. è letteralmente assurdo supporre che un oggetto reale esista senza possedere determinate qualità e quantità, i.e. non possiamo supporre che esista un triangolo senza determinate proporzioni di angoli e grandezze, [A]
  2. è impossibile formare l’idea di un oggetto che non possieda determinate qualità e quantità, [(1), B, D]
  3. è impossibile formare un’idea sempliciter che non possieda determinate qualità e quantità, [(2), D]
  4. le idee astratte sono per loro natura individuali. [(3)]

Ogni idea universale che concepiamo viene rappresentata dalla mente in modo particolare; Hume sfugge tra le corna dell’argomentazione in quanto la sua conclusione è un tertium rispetto alle opzioni che erano emerse nella discussione del dilemma. Come dobbiamo interpretare questa conclusione? Supponiamo di voler immaginare un triangolo, ogni rappresentazione che ne daremo nella nostra mente sarà sempre legata a circostanze, qualità e quantità particolari – i.e. immagineremo un triangolo con una specifica grandezza, uno specifico spessore delle linee che lo compongono, una specifica proporzione tra gli angoli, ecc…

In questa sezione è stato usato (PI) come premessa, il quale viene applicato al passo 2 dell’argomentazione: Hume ci dice che siccome è impossibile che un oggetto esista in natura senza specifiche caratteristiche, allora potremo concepire solamente oggetti determinati e individuali.

 

Parte II, Sezione I-II: Of the infinite divisibility of our ideas of space and time

Il tema delle idee è molto importante per capire la natura delle mente umana, così il filosofo scozzese decide di dedicarci molta attenzione. Poco dopo aver discusso le idee astratte, si arriva ad un’altra domanda importante sulla natura di queste entità: la loro divisibilità. Fino a che punto possiamo portare avanti la divisione? Arriveremo ad un’idea minima, oppure potremo continuare a dividere ad infinitum? In poche parole, ci stiamo chiedendo se ciò che possiamo concepire sia discreto o continuo.

Argomento I.M. (idea minima)

[Premesse]

  1. La mente è limitata, non può concepire l’infinito.
  2. (I) ciò che è infinitamente divisibile possiede infinite parti, (II) ciò che ha infinite parti è infinitamente divisibile;

[Argomento]

  1. siccome la mente è finita, dovremmo arrivare alla fine della divisione delle idee, [A]
  2. ma se una cosa non è infinitamente divisibile, allora non avrà infinite parti, quindi avrà delle parti minime, [(1), B (II) per contrapposizione]
  3. le idee possiedono parti minime. [(2)]

Se non possiamo dividere all’infinito, sostiene Hume, arriveremo per forza a qualcosa di indivisibile, la quale sarà l’idea più piccola che la nostra mente può concepire. Le nostre idee sono, in ultima istanza, semplici e senza parti – non ulteriormente divisibili- o per dirla in uno slogan: “imagination reaches a minimum”; la conclusione può essere portata uno scalino oltre applicando (PI) un’ultima volta:

  1. Non possiamo concepire l’infinita divisibilità delle idee. [(2), PI]

L’inconcepibilità dell’infinita divisione verrà utilizzata nelle pagine successive per ragionare sullo spazio e sul tempo, e per capire se siano essi discreti o continui. A questo scopo verrà introdotto un principio, quello secondo cui ciò che concerne le idee concerne anche la realtà, grazie al quale verrà costruito il primo argomento contro l’infinita divisibilità dello spazio; ne seguiranno poi altri due, ma quello che ci interessa maggiormente è l’ultimo che viene presentato in questa sezione. La strategia di Hume è quella di prendere come obiettivo polemico gli argomenti contra le parti minime, i quali suppongono di dimostrare che esse non possono esistere; ma lasciamo la parola direttamente all’argomento.

Argomento contro P.M. ed Estensione (parti minime)

[Premesse]

  1. Se qualcosa è concepibile, allora è possibile (PC),
  2. (I) se dimostro qualcosa allora il suo contrario è impossibile; (II) se il suo contrario è possibile allora non ho una dimostrazione ma un sofisma,
  3. se parliamo e ragioniamo di qualcosa allora ne abbiamo un’idea,
  4. le idee possiedono parti minime,
  5. gli argomenti sull’infinita divisibilità dell’estensione implicano quelli sulle parti minime;

[Argomento]

    1. possediamo un’idea di estensione, [C]
    2. l’idea che possediamo di estensione possiede parti minime, [(1), D]
    3. le parti minime che concepiamo dell’estensione sono possibili, [(2), A]
    4. gli argomenti che tentano di dimostrare l’impossibilità di parti minime sono sofismi, [(3), B (II)]
    5. gli argomenti che tentano di dimostrare l’infinita divisibilità dell’estensione sono sofismi. [(4), E]

In poche parole, per Hume il semplice concepire delle parti minime di estensione invalida la necessità delle dimostrazioni contro l’esistenza di questi stessi punti. (PC) è di fondamentale importanza, poiché è proprio in virtù di questo che possiamo attribuire lo statuto di possibili alle parti minime dello spazio. Ovviamente l’argomento presuppone la conclusione che abbiamo tratto precedentemente, ossia che sia impossibile concepire l’infinita divisibilità delle idee, e quindi che queste possiedano elementi semplici e indivisibili – Espresso nella premessa D.

 

Parte II, Sezione VI: Of the idea of existence and external existence

Nella definizione del principio di concepibilità viene esplicitamente affermato che “qualsiasi cosa la mente concepisca in modo chiaro e distinto contiene l’idea di esistenza possibile”; concepire significa dunque pensare una cosa almeno come possibilmente esistente:

There is no impression nor idea of any kind, of which we have any consciousness or memory, that is not conceive’d as existent.

Ancora una volta la spiegazione di questo enunciato viene trasformata in un dilemma: l’idea di esistenza viene tratta da un’impressione distinta da ciò che concepiamo – ossia un’impressione che è costantemente congiunta con le altre -; oppure si tratta della medesima concezione che abbiamo dell’oggetto che fa sorgere questa idea?

Argomento I.E. (idea di esistenza)

[Premesse]

  1. Non esistono impressioni inseparabilmente congiunte,
  2. le idee corrispondono alle impressioni;

[Argomento]

  1. supponiamo che l’idea di esistenza sia tratta da un’impressione che accompagna costantemente le nostre percezioni e le nostre idee, [Assunzione]
  2. due impressioni non possono essere inseparabilmente congiunte quindi l’idea di esistenza non può sorgere da un’impressione che è costantemente congiunta con le nostre idee, [(1), A]
  3. l’idea di esistenza è la stessa idea che sorge dalla percezione dell’oggetto. [(2), B]

Vengono sottolineati due aspetti:

The idea, when conjoin’d with the idea of any object, makes no addition to itBut no object can be presented resembling some object with respect to its existence, and different from others in the same particulars: since every object, that is presented, must necessarily be [possibly] existent.

Dunque, l’idea di esistenza non aggiunge alcuna proprietà all’oggetto, inoltre non può fungere da termine di paragone tra quelle che abbiamo – in sostanza non possiamo utilizzarla per fare associazioni qualitative. Senza timore di tradire il pensiero di Hume, possiamo sostenere che essa non ha alcun valore informativo, non aggiunge qualità a ciò che concepiamo esattamente come non può produrre idee complesse, i.e. non genera conoscenza di nessun tipo.

 

Parte III, Sezione III: A cause is always necessary

‘Tis a general maxim in philosophy, that whatever begins to exist, must have a cause of existence. This is commonly taken for granted in all reasoning, without any proof given or demanded. ‘Tis suppose’d to be founded on intuition, and to be one of those maxim, tho’ they may be deny’d with the lips, ‘tis impossible for man in their hearts really to doubt of.

Con questa affermazione ha inizio la III sezione della III parte, che discute la conoscenza e la probabilità.  L’obiettivo polemico è il principio di ragion sufficiente, il quale è ritenuto intuitivamente evidente. Il primo commento proposto riguarda proprio l’intuitività di questa legge: certezza intuitiva, secondo Hume, significa l’attestazione della presenza costante e continua di almeno una delle associazioni mentali di somiglianza, proporzione di quantità e numero, grado di qualità o contrarietà tra due idee. Nessuna di queste è presente nel principio di ragion sufficiente, al quale dunque non può essere accreditato come certo.

Sembra molto più decisiva l’argomentazione successiva, la quale si propone di mostrare non solo che il principio non è certo, ma che non è nemmeno dimostrabile. La necessità di una causa non può mai essere dimostrata senza al contempo dimostrare che è impossibile che qualcosa inizi ad esistere senza un principio produttivo. Mettiamo in ordine i concetti:

(i) Ogni cosa necessita di una causa per esistere,

(ii) è impossibile che qualcosa esista senza un principio produttivo;

Fra i due vi è doppia implicazione:

(i)↔(ii)

Ciò significa che se dimostriamo uno allora dobbiamo dimostrare anche l’altro e viceversa.  La mossa di Hume è quella di metterli entrambi in scacco:

Argomento contro N.C.P.P (necessità della causa e principio di produzione per l’esistenza)

[Premesse]

  1. Non esistono idee inseparabilmente congiunte,
  2. se qualcosa è concepibile allora è possibile (PC);

[Argomentazione]

  1. le idee di causa ed effetto sono separabili tra loro, [A]
  2. posso concepire un effetto che esiste senza una causa (o un principio produttivo), [(1)]
  3. siccome posso concepire un effetto che esiste senza causa (o principio produttivo), allora esso sarà possibile, [(2), B]
  4. se la separazione tra causa ed effetto è possibile nella mente, allora sarà attualmente possibile anche nella realtà. [(3)]

In un solo colpo (i) e (ii) vengono squalificate. La pretesa di entrambe era di mostrare che non era possibile pensare l’esistenza senza una causa e un principio produttivo: L’immaginazione, supportata dalla sua facoltà di poter separare qualsiasi idea – premessa A sulla libera associazione di idee -, può invece pensare un’istanza che inizia ad esistere anche senza causa o principio produttivo. Infine, (PC) garantisce che ciò che concepiamo sia possibile in senso metafisico, in virtù del fatto che non implica contraddizione – per la definizione di possibile come incontraddittorio –, ergo possiamo sostenere che nulla vieterebbe la sua realizzazione attuale. Ecco dunque che cosa intende Hume quando sostiene che il principio di ragion sufficiente è: neither intuitively nor demonstrably certain.

 

Parte III, Sezione VI: Of the inference from the impression to the idea

Siamo in uno dei luoghi più celebri del Treatise, dove Hume propone la sua critica definitiva al concetto di causa, il quale sorge per un processo che si fonda sull’esperienza concreta, la memoria e la ragione. In prima istanza esperiamo che un certo determinato oggetto x sopraggiunge sempre accompagnato da un altro oggetto y; la nostra memoria attesta che questa congiunzione è costante anche nelle nostre esperienze passate; infine la ragione inferisce la congiunzione necessaria tra x e y, sulla base delle informazioni raccolte da esperienza, memoria. il procedimento si fonda su due premesse:

[Premesse]

  1. Il corso della natura è necessario che continui sempre uniformemente allo stesso modo,
  2. Le istanze di cui non abbiamo avuto esperienza assomigliano necessariamente a quelle di cui abbiamo avuto esperienza.

Senza A e B non potremmo mai inferire che, siccome nel passato x e y sono apparse congiunte, così avverrà ogni volta che compariranno in natura. Rilevate le fondamenta dell’argomento su cui poggia la causa, Hume procede alla critica, assumendo due premesse già utilizzate nella sezione precedente:

Argomento C.C (contro la causalità)

[Premesse]

  1. Non esistono idee inseparabilmente congiunte,
  2. se qualcosa è concepibile allora è possibile (PC);

[Argomento]

  1. il corso della natura è necessario che continui uniformemente allo stesso modo, [I]
  2. le istanze di cui abbiamo avuto esperienza devono necessariamente assomigliare a quelle di cui non abbiamo avuto esperienza, [II]
  3. se ho avuto esperienza costante che al comparire di x è comparsa anche y, allora potrò concludere che è necessario che ogni volta che comparirà x sarà presente anche y, sebbene non ne abbia avuta esperienza, [(1), (2)]
  4. posso immaginare che l’idea di x stia senza l’idea di y, [A]
  5. se posso immaginare l’idea di x senza y, allora esso sarà possibile. [(4), B]

 

Non possiamo mai affermare che la natura abbia un comportamento uniforme, ma questo non significa che la natura non deve avere un comportamento uniforme: la conclusione è molto più debole e ha la pretesa di tracciare i limiti della nostra conoscenza riguardo al mondo. Data la nostra esperienza attuale e quella passata, non siamo per nulla giustificati a inferire la necessità di una connessione, poiché è possibile – ma non necessario – concepire qualcosa di diverso:

We can at least conceive a change in the course of nature; which sufficiently proves, that such a change is not absolutely impossible.

Ora, la conclusione di Hume potrebbe suonare così: abbiamo confutato le due premesse su cui la ragione costruiva la connessione necessaria tra x e y, e quindi l’induzione – quello che ci permetteva, a quanto pare indebitamente, di generalizzare dall’esperienza privata a tutte le esperienze possibili. quello che rimane è ciò che è lecito dire: vedo l’oggetto x sopraggiungere accompagnato dall’oggetto y, rammento che questo è accaduto sempre nella mia esperienza; di conseguenza posso concludere che tra x e y vi è congiunzione costante nell’esperienza pregressa. Per dirla in parole semplici, viene delegittimata la nostra pretesa di parlare di eventi di cui non abbiamo avuto esperienza, e quindi di poter dire che se ho visto x e y posso essere sicuro che ogni qualvolta accadrà uno dei due accadrà anche l’altro.

(PC) è il principio che ci permette di inferire la conclusione, quindi di dare lo scacco matto alla causalità. È questo stesso principio che ci permette di riversare il dubbio sull’uniformità di natura, poiché è sempre possibile immaginare una situazione alternativa a quella che in passato ci si era presentata.

 

Conclusione

I due principi protagonisti delle nostre discussioni sembrano essere fondamentali per la prima parte del Treatise. Mentre (PI) prende parte solo in Argomento idee astratte, (PC) domina le successive argomentazioni esposte. La nostra mente ha dunque, per Hume, dei limiti e delle capacità ben precise: qualsiasi cosa immaginiamo è possibile, ciò che invece è impossibile non può essere immaginato. È da rilevare come gli obiettivi polemici siano tematiche nobili della filosofia: le idee astratte, la natura continua del tempo e dello spazio, l’idea di esistenza, il principio di ragion sufficiente e il principio di causa; in ognuno di questi ambiti, le confutazioni fanno largo uso di (PC) e (PI).

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