Il 3 aprile 2018 Zero ha ospitato presso il Dipartimento di Filosofia di Ca’ Foscari una conferenza dal titolo “Il populismo europeo: il caso Ungheria”, a cura di Francesco Carraro. Abbiamo affidato a Francesco Maria Civili la preparazione di un terreno concettuale, di modo da comprendere con strumenti filosofici l’analisi della situazione politica ungherese. La relazione dell’intervento di aprile è disponibile qui in lingua inglese, completata a fondo pagina dai due brevi profili biografici degli autori.

 

Cos’è il populismo?

Il populismo è oggi uno degli argomenti politico-sociali più dibattuti, dato che si tratta di un fenomeno largamente diffuso in Occidente. Tuttavia, il termine è molto spesso abusato dall’opinione pubblica (e non solo) per cui il suo significato preciso rimane a noi oscuro, essendo interpretato in modi diversi a seconda del contesto in cui appare. Non è un caso, dunque, se il titolo di questa introduzione consiste in una domanda “platonica”: nelle sue opere, infatti, Platone fa spesso iniziare il dialogo sul tema dato partendo dalla domanda “Che cos’è x?”, perché questa tipologia di quesito sollecita a illustrare in modo chiaro e ben determinato il termine di cui si vuole indagare il significato. Quindi, così come usava fare Platone, con questa introduzione si cercherà di dare una definizione, per quanto possibile precisa, di “populismo”, perché, per poterne discutere, è prima necessario conoscere bene le sue caratteristiche, per far sì che, una volta stabilitone, con buona approssimazione, un concetto generale, in esso si possano riconoscere tutte quelle forze politiche dei Paesi occidentali che portano l’attributo di “populista”.

Un metodo efficace per poter giungere a una definizione generale di “populismo” è senza dubbio quello comparativo, ossia il confronto tra più definizioni attendibili, in modo da ricavarne i punti in comune. Si osservi innanzitutto quella proposta da Treccani: “[2° significato] Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi1. Un’attenta analisi fa emergere i suoi punti di forza e i suoi limiti, che siamo in grado di stabilire sulla semplice base dell’esperienza. Come in parte riconosce la stessa enciclopedia (si parla infatti di “atteggiamento ideologico”, non di un’ideologia precisa), se in questo contesto s’intende “socialismo” in senso lato allora l’affermazione “principî e programmi genericamente ispirati al socialismo” è corretta, perché i movimenti populisti si presentano dalla parte del popolo e si propongono di smantellare le disuguaglianze createsi negli ultimi anni (soprattutto dopo la crisi del 2008), cercando di trasformare il sistema economico attuale in modo che siano pienamente soddisfatti i bisogni della massa. Se, invece, lo intendiamo in senso stretto, c’è il rischio di non includere tutte le forze politiche considerate populiste e in seguito ne sarà illustrato il motivo. Inoltre, la retorica populista non ha come unico centro il “popolo”, perché la sua Weltanschauung si concentra in realtà, come vedremo, su due categorie, una dipendente dall’altra. Tuttavia, è corretto il fatto che il popolo venga esaltato come portatore di soli valori positivi, risultando così “idealizzato”. La definizione della Treccani è dunque utile ma insufficiente per poter raggiungere lo scopo che ci si è prefissi.

Nel suo saggio, Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, Jan Zielonka riprende una definizione di “populismo” formulata dal politologo olandese Cas Mudde: “Si dice che i populisti enfatizzino eccessivamente la frattura tra ‘l’élite’ e ‘il popolo’; la prima viene demonizzata e il secondo idealizzato. Nella loro visione, la politica dovrebbe essere espressione della volonté générale del popolo2. Per certi versi, Cas Mudde offre una visione più ampia del populismo. I populismi, infatti, individuano sempre un nemico, ovvero l’élite, e sottolineano marcatamente il divario tra questa e il popolo, rappresentandola come ostile ad esso. In questo modo, Mudde descrive in pieno la retorica del populismo diversamente da Treccani, ma egli, quando adopera il termine rousseauiano di volonté générale per spiegare l’interpretazione populista della politica, per certi versi si avvicina all’enciclopedia italiana che invece parla di “principî e programmi genericamente ispirati al socialismo”. Per comprendere meglio il confronto è necessario ripercorrere brevemente la storia dei due concetti in questione (volonté générale e socialismo).

L’espressione volonté générale (o volontà generale) è comunemente riconosciuta come appartenente al pensiero politico di Rousseau, ma essa era già presente nella tradizione della filosofia francese di quel tempo. I primi a parlarne furono, infatti, due filosofi del Seicento: Pascal, che la interpretava come imperativo morale, e Malebranche, che la intendeva in senso teologico per indicare l’intervento di Dio nella storia. Successivamente, altri due filosofi contribuirono ad allargarne il significato: Montesquieu, che la adoperava come sinonimo di “evidenza”, e Diderot, che la considerava come atto puro dell’intelletto prescindente dalle passioni. Tuttavia, la volontà generale non aveva ancora alcun riferimento alla volontà popolare: in questo Rousseau fu innovativo! In parallelo, tra Sei e Settecento, si stavano evolvendo gli studi del giusnaturalismo e del contrattualismo. Tra i nomi di quella tradizione è importante considerare Pierre Jurieu, un teologo calvinista francese che, essendo contrario al potere assolutistico di Luigi XIV, teorizzò una volontà popolare che limitasse il potere regale, affinché quest’ultimo non degenerasse nella tirannia. Rousseau riprese il razionalismo di Diderot e il volontarismo di Jurieu per dar forma a una nuova idea di volontà generale. La volonté générale di Rousseau è, infatti, una volontà razionale e universale di tutto il corpo politico (cioè i cittadini) e non il semplice insieme di tutte le volontà particolari. Lo stesso Rousseau precisa, nel Contratto sociale (libro II, cap. III), che la “volontà generale” è diversa dalla “volontà di tutti”: perché la prima coincide con l’interesse comune, la seconda è solo la somma di tante volontà particolari. Questo perché la volontà generale è una volontà che il singolo cittadino percepisce non come esterna, ma piuttosto come espressione della sua stessa volontà che non va, però, a intaccare quella degli altri, in quanto razionale e universalmente riconosciuta da tutti i cittadini. In questa prospettiva, si può riconoscere un punto di contatto con la Treccani nel fatto che il pensiero socialista sostiene che, per superare le disuguaglianze sociali, bisogna fare un percorso dal particolare (soddisfare i bisogni di ciascuno) all’universale (coadiuvarsi nel partito) promuovendo una politica del bene comune. Non a caso il socialismo nasce dal giacobinismo, i cui aderenti si rifacevano al pensiero di Rousseau, anche se molto semplificato.

Tuttavia, sia in Mudde che in Treccani, rimane una questione aperta: bisogna stare attenti ad adoperare termini come socialismo o volontà generale per descrivere la visione politica dei populisti. Se li si considera nazione per nazione, ci si rende conto, infatti, che essi sono di stampo ideologico diverso e hanno programmi diversi: ad esempio, i populismi di destra non parlano tanto di volontà generale ma piuttosto di buon senso (espressione tipica del pensiero conservatore). Il conservatorismo e il socialismo sono entrambe ideologie che si fanno promotrici del bene comune, opponendosi al liberalismo che ha al centro delle sue politiche l’individuo, nella sua manifestazione e nel suo agire materiale. Ci si dimentica spesso che nell’Ottocento i Tories inglesi presero posizioni molto simili a quelle dei socialisti, dato che furono i conservatori a teorizzare le prime forme del moderno welfare state.

Dal confronto e dalle analisi effettuate si può dire, dunque, che il populismo è un fenomeno politico-sociale che sottolinea la spaccatura tra “élite cattiva” e “popolo buono”; perciò promuove azioni politiche finalizzate al bene comune, mettendosi dalla parte del popolo e proponendosi di ridurre la disuguaglianza sociale. Questa è una possibile definizione di populismo, che un’ultima e breve indagine sperimentale verificherà nei contesti occidentali coinvolti.

Si è, dunque, detto che ciò che accomuna i populisti di destra e quelli di sinistra è la loro avversione al sistema economico neoliberista. Nato negli anni Ottanta del Novecento, il neoliberismo ha origine negli USA sotto la presidenza di Ronald Reagan e nel Regno Unito durante il governo di Margaret Thatcher, per poi svilupparsi anche nell’Europa continentale, soprattutto attraverso il sistema transnazionale dell’UE. Questo sistema pone al proprio centro l’individuo atomizzato e la sua peculiare autodeterminazione, sostiene il libero mercato e vede la presenza dello Stato nell’economia come una limitazione, anzi un grave ostacolo. Anche se questo sistema è stato proposto da due politici conservatori del mondo anglosassone, esso non ha nulla del conservatorismo tradizionale, che vede l’individuo come un sistema aperto e dipendente dalle circostanze e ha al centro delle sue politiche l’ordine sociale e la promozione del bene comune. Il modello neoliberista comincia a mostrare le prime crepe nel 2008, quando inizia la crisi economica che colpisce sia gli Stati Uniti che l’Europa, portando a una crescente disuguaglianza sociale e a un conseguente malcontento popolare. I populisti (europei e statunitensi) s’inseriscono in questo contesto, attaccando le élites per riportare un diffuso benessere sociale.

Nel contesto statunitense, il populismo mostra una certa ostilità verso l’élite, spesso identificata con le banche, le lobby o la stessa classe politica, e chiede iniziative che vengano in soccorso soprattutto delle classi più deboli, rimaste schiacciate dalla globalizzazione. Nel contesto europeo, i populisti si pongono contro l’élite liberale che ha governato l’UE dopo il 1989 e chiedono un sistema economico che soddisfi più concretamente i bisogni del popolo. In Europa, però, i populismi sono molto più eterogenei, perché dipendono anche dal contesto nazionale in cui operano. Si prendano in considerazione due politici, il polacco Jarosław Kaczyński e il greco Alexis Tsipras, entrambi praticamente agli antipodi su molti fronti: il primo è un ultraconservatore, considera la Russia come una minaccia, vuole un’UE più divisa e intergovernativa e non accetta rifugiati; il secondo è, invece, un radicale di sinistra, considera la Russia come un alleato, vuole un’UE più compassionevole e federale e chiede una giusta ricollocazione dei rifugiati3. Essi sono però accomunati dalla loro avversione all’élite liberale europea e dalla critica al sistema neoliberista, anche se il loro orientamento politico li differenzia per le proposte di cambiamento. Essendo di destra, Kaczyński ritiene, infatti, che se questo sistema ha comunque risposto alle pulsioni popolari, non valga la pena smantellarlo in toto, piuttosto convenga riformarlo in modo da ridurre il divario tra ricchi e poveri. Tsipras, che è invece di sinistra e, dunque, completamente ostile al modello neoliberista, pensa che questi non possa essere regolato e vada superato con un altro tipo di sistema economico. Si può, dunque, concludere che la definizione di populismo sopra proposta sia stata verificata.

E di Orbán che si può dire? Rientra in questa definizione di populismo? Queste sono le domande a cui hanno cercato di rispondere il dott. Francesco Carraro e la dott. Fanni Török, a partire da una accurata analisi della storia dell’Ungheria, degli eventi recenti che hanno portato Orbán al potere e delle sue iniziative.

Francesco Maria Civili

 

 

Francesco Carraro: Dopo aver concluso gli studi magistrali in Politica Internazionale e Diplomazia presso l’Università degli studi di Padova ha partecipato al progetto Erasmus+ Traineeships, che gli ha dato la possibilità di lavorare nella Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria – Magyarorsàgi Olasz Kereskedelmi Kamara, situata  a Budapest. Ritornato in Italia ha deciso di approfondire gli studi internazionali conseguendo un Master di II livello presso l’università LUMSA di Roma presentando una tesi intitolata: “Due popoli in lotta per la libertà: le interazioni tra i rivoluzionari magiari e gli artefici del Risorgimento italiane. Le intese politiche italo-magiare dal 1848 al 1867”. La dedizione scientifica per le vicende Ungheresi, oltre all’interesse storico, deriva dalla volontà di conoscere al meglio le radici della sua compagna di vita Fanni. Il suo attuale obiettivo è quello di vincere il concorso per entrare in carriera diplomatica, per questo non ha ancora smesso di studiare i fenomeni della politica internazionale.

Fanni Török: Laureata in Giurisprudenza e Scienze del Governo presso l’Università cattolica Pázmány Péter di Budapest. La sua passione per le vicende internazionali l’hanno portata a scrivere la sua tesi di laurea sul diritto comunitario ed internazionale, in particolare riguardo alle cooperazioni in seno alle nazioni del “Gruppo di Visegrad”. Successivamente ha preso parte al progetto Erasmus+ Traineeships, che le ha permesso di lavorare come manager degli studenti internazionali presso l’Università telematica Uninettuno di Roma. Crede fermamente nelle ambizioni diplomatiche del suo compagno e vorrebbe lavorare in futuro presso il Ministero degli Affari Esteri ungherese.

 

Note:

  1. Fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/populismo/ .
  2. Cas Mudde, The Populist Zeitgeist, “Government and Opposition” (2004), p. 543, cit. da Jan Zielonka, Contro- rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale (2018), pp. 15-16.
  3. Il paragone tra Kaczyński e Tsipras presente in questa introduzione fa riferimento al confronto proposto da Zielonka in: Jan Zielonka, Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale (2018), p. 14.
Category :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *