Introduzione

C. S. Peirce (1839-1914) è considerato uno dei più grandi filosofi americani. Iniziatore della corrente filosofica del pragmatismo, ancora in vita prese le distanze da esso per la deriva psicologistica assunta ad opera dell’amico decidendo di cambiare il nome in pragmaticismo, filosofo e divulgatore William James, con il quale da studente ad Harvard aveva fondato il Metaphysical Club. A differenza di James, in vita Peirce ebbe pochi riconoscimenti e orbitò intorno ad ambienti accademici senza riuscire mai a costruirsi una posizione stabile, forse anche a causa del suo carattere eccentrico.

Peirce ha contribuito alla nascita della logica contemporanea, inventando diversi sistemi di sintassi logica e lavorando in particolare sui diagrammi logici con lo sviluppo della teoria dei grafi entitativi prima e dei grafi esistenziali poi, con intuizioni che sono state poi riprese nell’ambito dell’intelligenza artificiale (in particolare nei knowledge-based systems) e nelle scienze cognitive (si veda ad esempio Johnson-Laird 2002).

Inoltre sviluppò una propria teoria dei segni per la quale è considerato, con De Saussure, iniziatore della semiotica, ovvero della teoria della significazione.

La sua elaborazione filosofica giovanile può essere considerata uno sviluppo del kantismo che però abbandona il concetto di cosa in sé come inerentemente contraddittorio in favore di un realismo prospettico secondo il quale l’uomo approssima, attraverso il metodo scientifico che è il modo migliore disponibile all’uomo, asintoticamente, in the long run, la realtà. In età matura invece la filosofia di Peirce si avvicina all’hegelismo, anche in questo caso non senza riserve. Ne rifiuta infatti l’assolutezza del terzo momento in favore appunto dell’idea che il sapere umano sia un incessante, costante progresso e raffinamento.

Vediamo ora alcuni alcuni dei punti fondamentali della filosofia di Peirce:

Pragmatismo e Pragmaticismo

Abbiamo detto che Peirce è padre del pragmatismo, ma cosa si intende con questo termine? Tante cose diverse, ad esempio, non si può dire, se non forniamo specificazioni ulteriori, che il pragmatismo sia una posizione realista o nominalista, perchè Peirce appunto è realista, seppur di un realismo particolare, da alcuni definito negativo, mentre molti altri pragmatisti e in particolare i neopragmatisti, ma anche lo stesso James, tendono al nominalismo. Limitiamoci dunque alla versione peirceana. La definizione che Peirce ci consegna del pragmatismo è racchiusa nella seguente frase:

Considerate quali effetti, che potrebbero avere conseguenze pratiche, voi concepite che abbiano gli oggetti dei nostri concetti. Allora, la nostra concezione di quegli effetti è la totalità della nostra concezione dell’oggetto.

Altrimenti detto, il pragmatismo si risolve in questo: considerare la realtà per gli effetti che essa produce nel nostro rapporto con essa. I predicati reali di un oggetto sono quelli che possono essere confermati o negati dall’esperienza, tutto il resto è un non senso.  Ciò di cui a priori non si può fare esperienza, per Peirce non è reale.

A questa posizione si affianca l’idea per cui la verità è una faccenda pubblica, nel senso che il criterio di verità è dato dal pubblico consenso. Sul lungo periodo, la verità intesa come miglior approssimazione a come stanno veramente le cose, emerge nonostante tutti i tentativi di sopprimerla. Ad esempio la rivoluzione copernicana ha impiegato decenni ad affermarsi, come sapere condiviso nel panorama occidentale, tuttavia una volta che tale scoperta viene fatta tornare indietro alla visione tolemaica è impossibile.

A tal proposito, nel breve articolo ‘The fixation of Belief’ (1877), Peirce illustra i quattro metodi in cui l’uomo perviene a ciò che egli definisce vero. Questi quattro modi sono: il metodo della tenacia, il metodo dell’autorità, il metodo a priori e il metodo scientifico. In tutti questi quattro metodi si tratta di avere a che fare con la nuda realtà che ci si impone nel trattare con essa, ciò in cui essi variano è il modo in cui ci si rapporta ad essi, il modo in cui si gestisce il dubbio e ci si risolve a modificare le proprie credenze. Peirce propone una triade di concetti per spiegare come l’uomo modifichi le proprie convinzioni: la credenza, l’abitudine, il dubbio.

Partiamo dalla credenza: credere x significa comportarsi come se x fosse vero, sul lungo periodo ciò crea una disposizione d’animo, appunto un’abitudine che a sua volta, proprio per la natura sempre perfettibile delle nostre credenze è destinata ad incorrere in errori, in malfunzionamenti. A questo punto sorge il dubbio, di cui Peirce parla come di un fastidio quasi fisico, che qualcosa nella nostra credenza vada rivisto. Tutti i metodi, ad eccezione del metodo scientifico, offrono delle ragioni per evitare di modificare le nostre credenze, e a loro modo offrono dei vantaggi. Chi segue il metodo della tenacia si rifiuta di modificare le proprie credenze in nome della superiorità delle proprie idee in quanto proprie, chi il metodo dell’autorità si affida all’opinione comune e ai dogmi imposti da un’autorità, chi segue il metodo a priori infine si affida alla pura ragione senza alcun tipo di verifica empirica. Il metodo scientifico secondo Peirce è l’unico sufficientemente elastico da essere efficacemente in ascolto della realtà.

L’epistemologia: deduzione, induzione, abduzione

Lungo tutto il suo percorso intellettuale Peirce fu estremamente interessato al funzionamento del pensiero umano. Lavorando sulle figure dei sillogismi, Peirce scoprì, o meglio riscoprì in età moderna – visto che già in Aristotele si trova un accenno ( si veda Magnani 2017 ) -, un terzo tipo di inferenze: l’inferenza abduttiva o retroduttiva. Ma andiamo con ordine: le due forme inferenziali fino ad allora conosciute ed estensivamente studiate erano la deduzione e l’induzione. Deduttive sono tutti quelle inferenze (ossia passaggi da premesse a conclusioni), che necessariamente preservano la verità delle premesse: cioè, ammesso che le premesse siano vere, la conclusione sarà necessariamente vera. Il classico esempio di inferenze deduttiva è il modus ponens:

  1. A (Caso)
  2. A → B (Regola)

——————————————

  1. B (Risultato)

L’inferenza deduttiva, se sviluppata correttamente, ci garantisce di non essere in errore, ma – anche se su questo punto non sono tutti d’accordo (si veda Hintikka 1975) – non estende la nostra conoscenza sul mondo: analizza e specifica quanto già in un certo senso sappiamo. Ciò significa che se fossimo degli esseri con capacità computazionale illimitata la deduzione sarebbe inutile perché tutte le infinite implicazioni delle nostre conoscenze ci sarebbero già presenti alla mente. La deduzione è completamente indipendente rispetto ad elementi contestuali, esterni alla semplice forma del ragionamento, per questo essa particolarmente si presta ad essere formalizzata.

Diverso è il caso dell’induzione. Attraverso l’inferenza induttiva non giungiamo necessariamente alle conclusioni, ma la verità di esse è solo probabile. Una questione di gradi. In compenso, l’induzione estende la nostra conoscenza del mondo, permettendoci di fare associazioni nuove. Vediamo lo schema:

  1. A (Caso)
  2. B (Risultato)

——————————————

  1. A→ B (Regola)

Se osserviamo che B segue A con una certa regolarità, potremmo iniziare a pensare che ci sia una connessione tra le due cose. All’aumentare della frequenza dei casi in cui ad A segue B, aumenta il nostro grado di certezza riguardo al fatto che ci sia un’effettiva connessione tra i due eventi. Tuttavia come già messo in luce da Hume, tale certezza non arriva mai ad essere totale e nulla impedisce che nuove osservazioni stravolgano completamente quanto fino a prima congetturato.

Infine l’abduzione. L’abduzione è la forma inferenziale più rischiosa, ma anche quella con pay-off più elevato in termini di informazioni. Da un punto di vista deduttivo è una fallacia (nello specifico la fallacia dell’affermazione del conseguente), ovvero un errore di calcolo, eppure come molte altre fallacie la usiamo quotidianamente e spesso funziona. Questo lo schema:

  1. B (Risultato)
  2. A → B (Regola)

——————————————

  1. A (caso)

Si capisce subito perché si parla di fallacia: A può essere pensato come un sottoinsieme di B, se scegliamo un elemento a caso di B non è detto che ci troviamo anche in A. Fare un abduzione equivale e fare un’ipotesi, perciò essa fa affidamento nel suo funzionamento ad elementi contestuali che nel complesso sono difficili da isolare e individuare. Per questi motivi è stata relegata per tutta la prima metà del ‘900 all’ambito della creatività e dell’inconscio e perciò trascurata. Tuttavia, anche grazie alle idee di Peirce, nell’ambito di intelligenza artificiale l’abduzione è stata implementata con successo in sistemi di automatic generation of hypothesis.

Peirce non si limitò a ciò, ma descrisse anche il modo in cui i tipi diversi di inferenza si relazionano nella fase di ricerca e di verifica delle ipotesi: l’abduzione, cioè il momento dell’ipotesi è il primo passo. Una volta formulata l’ipotesi deduttivamente se ne prevedono le conseguenze, infine induttivamente si procede a verificare che il mondo presenti le conseguenze previste corroborando così l’ipotesi.

La semiotica: il triangolo semiotico e la semiosi illimitata

A Peirce è attribuita anche l’invenzione della semiotica. La semiotica, che in Italia è stata portata avanti da personaggi del calibro di Umberto Eco e Carlo Sini, grandi studiosi della filosofia di Peirce, è la teoria dei segni e dei processi di significazione. Per sua natura la semiotica si presta a spaziare tra diverse discipline ed è spesso usata come strumento concettuale di analisi sociologiche e culturali.

La riflessione semiotica di Peirce – anche in questo caso – si dispiega in una triade concettuale. Il processo di significazione ha tre momenti: oggetto, segno e interpretante. L’oggetto è ciò che dà il via al processo segnico, nulla di più del presupposto del darsi del segno. Il segno è ciò che appare dell’oggetto, la sua natura è quella di rimandare ad altro, in questo senso ogni cosa è segno.

Peirce distingue tre tipologie di segno: icone, indici e segni. Le icone sono segni che hanno una relazione di somiglianza con l’oggetto che rappresentano. Un quadrato su cui poggia un triangolo disegnato da un bambino, per esempio, è icona dell’oggetto casa. L’indice è un segno che ha una relazione esistenziale con ciò che rappresenta: ad esempio l’impronta di un passo sulla sabbia è indice del fatto che ci sia passato qualcuno. Gli indici sono i segni, la cui comprensione condividiamo con altre forme di vita: la trasmissione biologica delle informazione avviene per segni indicali. Infine i simboli, segni la cui connessione con l’oggetto è di tipo arbitrario come nel caso della scrittura.

Il terzo termine del processo semiotico di interpretazione è l’interpretante. È errore comune pensare all’interpretante come il soggetto che interpreta il segno. In realtà Peirce pensa all’interpretante come il movimento delle risposte che il segno suscita. Non quindi un soggetto, ma una reazione: l’allarme antincedio che suona attivato dal fumo è un interpretante.

A questo punto possiamo capire il concetto di semiosi illimitata. Dato che ogni cosa è segno, l’interpretante è segno per un altro interpretante e così all’infinito. Il fumo generato da una casa che brucia, è segno per qualcuno che chiama i pompieri, le sirene del camion dei pompieri sarà segno per un guidatore che accosta e così via. La differenza tra segno ed interpretante è una differenza logico-funzionale, ma ogni cosa, ogni azione è al contempo segno e interpretante.

La metafisica: evoluzione e abitudine

Fiero oppositore del determinismo, considerato come pregiudizio ingiustificato, Pierce adottava una posizione definita tichismo. Secondo questa concezione il caso non ricade sull’ignoranza soggettiva ma è nella realtà stessa. In natura non incontriamo da nessuna parte regolarità perfette e a seconda dei mezzi impiegati nella misurazione c’è sempre una quantità variabile di rumore inevadibile. Per Peirce i metodi statistici sono molto più convenienti per catturare la realtà. La realtà stessa è un continuo, progressivo diventare regolare del caos, un assumere abiti da parte di ogni cosa, vivente e non vivente. Ciò si capisce meglio se si comprende l’avulsione peirceana per il concetto di realtà in sé: essa non esiste, ciò che esiste è la spinta che le cose imprimono ad ogni essere vivente verso l’adattamento ad esse. In questo senso la realtà, la verità, agiscono sull’uomo modellandolo da molto prima che esso ne abbia consapevolezza, da molto prima che esista la cultura e il pensiero.

E’ chiaro a questo punto che il concetto di evoluzione, che andava affermandosi in quegli anni per opera di Charles Darwin e Alfred Russel Wallace, viene concepito da Peirce come fenomeno ontologico fondamentale. Senza con ciò cadere in banalizzazioni della dinamica come avveniva in quegli anni ad opera per esempio di H. Spencer, proponendo anzi una visione diametralmente opposta e basata sull’amore, una posizione chiamata agapismo (si veda a riguardo The Doctrine of Chances 1878).

Come nota acutamente Carlo Sini, Peirce concepisce le forme non – platonicamente – come immutabili incastonate in un dominio celeste, né – à la Kant – come categorie mentali, ma come abiti di comportamento, strategie adattive che si perfezionano nel tempo. Abbandonate le categorie di oggetto e soggetto, ogni cosa si risolve nei comportamenti che adotta, nelle abitudini che fa proprie.

Bibliografia:

Collected Papers of Charles Sanders Peirce, 8 vols. edito da Charles Hartshorne, Paul Weiss, e Arthur W. Burks, 1931-58.

Carlo Sini, Il pragmatismo americano, edizioni Laterza, Bari 1971.

Umberto Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino 1997.

Lorenzo Magnani, The abductive structure of scientific creativity, Springer, 2017.

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