L’utilitarismo è una delle correnti fondamentali della storia della filosofia morale, introdotta quale vera e propria dottrina dalla scuola britannica, a partire da Jeremy Bentham. Data la rilevanza dell’utilitarismo non solo per il pensiero morale, ma anche per quello economico e politico, trovo di particolare interesse approfondire il modo in cui la dimostrazione a sostegno del principio di utilità sia stata sostenuta dai maggiori esponenti di questa corrente.

Questo articolo è stato originariamente pensato come un confronto diretto tra J.S. Mill e H. Sidgwick, per esaminare come l’utilitarismo abbia subito la sua più profonda trasformazione all’interno della tradizione dell’utilitarismo classico britannico. Data l’impostazione della nostra sezione “Profili filosofici”, presenterò il pensiero dei due autori in sedi separate.

Più specificamente, il mio intento è quello di mostrare come dall’opposizione di scuola intuizionista e scuola induttivista – il terreno all’interno del quale Mill opera, dichiaratamente a favore della seconda – si passi a un’armonizzazione delle due posizioni e alla delineazione di una nuova antitesi interna all’edonismo (ciò che Sidgwick battezzerà “dualismo della ragion pratica”1). Poiché ho esaminato la prova milliana in un altro luogo (clicca qui), nel presente articolo mi dedico ad esaminare gli argomenti addotti da H. Sidgwick a favore dell’utilitarismo, in un volume che alcuni hanno considerato come il primo esempio di analisi meta-etica: I Metodi dell’Etica.

 

Sidgwick è un autore che ha contribuito soprattutto alla filosofia morale, finendo per definire i confini teoretici di molte dispute novecentesche tra gli utilitaristi e i loro critici, grazie all’esaustività e comprensività del suo I Metodi dell’Etica. Nato nel 1838, Sidgwick scrisse anche di economia (era amico di Alfred Marshall), epistemologia, teoria politica, storia, teorie dell’educazione e parapsicologia. Fu un fervente riformatore in materia di religione ed educazione universitaria, contribuendo a fondare tra i primi college britannici per donne presso Cambridge, dove operò per tutta la vita. Tra i suoi allievi, spiccano i nomi di G.E. Moore e B. Russell.2

 

La prova di H. Sidgwick: I metodi dell’etica

La prova dell’utilitarismo in Sidgwick è molto meno circoscritta che non in Mill3; benché venga dedicato un apposito capitolo in proposito,4 l’opera sidgwickiana non è da considerare una difesa vera e propria dell’utilitarismo, sebbene l’autore lo elegga quale miglior teoria etica disponibile e giunga a considerarsi egli stesso un utilitarista. Il titolo del trattato esplicita fin da subito il suo scopo; ecco cosa l’autore intende con ‘metodo’:

“[…] con ‘metodo dell’etica’ si intende una qualsiasi procedura razionale attraverso la quale determinare che cosa gli esseri umani come singoli individui ‘devono’ fare – o ciò che per essi è ‘giusto’ fare – o ‘devono’ cercare di fare attraverso azioni volontarie.”5

La questione del metodo interessa Sidgwick principalmente per l’intenzione sistematizzante del trattato, il quale si pone come tentativo di raggiungere all’interno della disciplina etica un consenso paragonabile a quello conseguito nelle scienze positive. Sidgwick si rifà esplicitamente ad Aristotele quale guida metodologica per una coerentizzazione della moralità comune del proprio tempo,6 che viene assunta come punto di partenza dell’indagine Supportato dalla convinzione secondo la quale “dopo aver esaminato in modo imparziale e rigoroso le conclusioni cui conducono i diversi modi di pensiero, sembra sia più facile giudicare le loro reciproche relazioni e le diverse pretese contrastanti”,7 lo scopo viene identificato nell’“esporre nella maniera più chiara e completa possibile i diversi metodi dell’etica […] impliciti nel nostro ragionamento morale comune.”8 Un insieme di principi e metodi divergenti non può assurgere a guida per la razionalità pratica; viene dunque intrapresa un’operazione di chiarificazione e rettificazione teorica, laddove la cogenza razionale delle opere morali precedenti era stata ostacolata “dalla preponderanza delle esigenze pratiche.”

Sidgwick delinea nel capitolo introduttivo i tre metodi principali oggetto di esame in relazione a tre fini particolari, dal momento che “quando un individuo accetta un qualche fine come ultimo e supremo, implicitamente accetta come suo ‘metodo dell’etica’ quel ragionamento che gli consente di determinare le azioni che più conducono a tale fine”9; ‘eccellenza’ o ‘perfezione’, ‘felicità individuale’ e ‘felicità universale’ vengono dunque assunti come “principi pratici che il senso comune dell’umanità è prima facie disposto ad accettare come principi ultimi”10, e vengono messi rispettivamente in relazione con i metodi dell’intuizionismo, dell’‘edonismo individualistico’ e dell’‘edonismo universalistico’ (o utilitarismo). La differenza tra metodi e principi risiede nel fatto che i primi non possono essere pienamente giustificati senza i secondi, mentre la generalità di questi impedisce la formulazione di regole dal preciso orientamento pratico.

Le prime pagine del libro III, che ha per oggetto l’intuizionismo, chiariscono la relazione tra questo e la moralità di senso comune, e forniscono al tempo stesso un primo accenno alla sintesi tra le due scuole, intuizionista e induttivista, cui abbiamo accennato in introduzione:

“I giudizi morali che gli uomini danno abitualmente nel discorso comune implicano nella maggior parte dei casi che di solito un uomo comune non ha difficoltà a conoscere qual è il dovere, anche se vari impulsi seducenti possono fare in modo che gli sia difficile compiere tale dovere. […] in tali massime è implicita l’idea che noi abbiamo la capacità di vedere con chiarezza che certi tipi di azione sono giusti e ragionevoli in sé, indipendentemente dalle loro conseguenze […]. E questa capacità, ritenuta essere propria della mente umana, è affermata con forza dalla maggior parte di quegli autori che hanno sostenuto l’esistenza di intuizioni morali. Per questo, ritengo che sia giustificata la mia idea di considerare questo aspetto come caratteristica propria e specifica del metodo che ho chiamato ‘intuizionista’. Allo stesso tempo […] c’è un senso più ampio in cui il termine ‘intuizionista’ può essere legittimamente applicato sia all’edonismo egoistico sia a quello universalistico, nella misura in cui entrambi i sistemi affermano come principio primo – principio che, se mai è conosciuto, deve essere conosciuto intuitivamente – che la felicità è il solo fine  ultimo dell’azione.”11

Sidgwick effettua una distinzione internamente alla scuola intuizionista che non era mai emersa in maniera così chiara, quella tra un aspetto epistemologico (la possibilità di conoscenza immediata di una massima morale) e uno morale (l’obbligatorietà dell’atto non dipende dalle sue conseguenze).12 Emerge inoltre uno scarto che si delineerà nei capitoli successivi quale differenza tra un intuizionismo ‘dogmatico’ e uno ‘filosofico’: alla disamina del primo spetterà enunciare nella maniera più chiara e dettagliata possibile gli assiomi che stanno alla base delle regole comuni della morale, mentre il secondo fornirà i criteri attraverso i quali definire quali tra gli assiomi dell’intuizionismo dogmatico supereranno il test per elevarsi a principi ultimi. I suddetti criteri sono quattro, e vengono enunciati come segue:

  1. “i termini della proposizione devono essere chiari e precisi”;13
  2. “si deve accertare l’autoevidenza della proposizione grazie a un’attenta riflessione”;14
  3. “le proposizioni accettate come autoevidenti devono essere tra loro coerenti”;15
  4. “l’assenza di […] disaccordo deve rimanere una condizione negativa indispensabile per la certezza delle nostre credenze.”16

L’opera di analisi delle massime morali di senso comune, atta a soddisfare il primo criterio per chiarirne definitivamente gli ambiti di applicazione, finisce per mostrare che nessuna di esse riesce a soddisfare contemporaneamente anche la seconda e la quarta condizione; venute meno queste caratteristiche, dunque, nessuna di esse può essere assunta a principio ultimo.

 

Il principio di benevolenza

La diretta conseguenza delle incongruenze esibite è l’esigenza di formulare principi applicabili senza eccezioni, di modo che da essi possano dipendere gli assiomi della moralità comune; l’enunciazione di detti principi sarà inevitabilmente astratta e generale, e le disposizioni pratiche relative ai casi particolari saranno dedotte in un secondo momento (è a questa funzione che l’articolazione dei metodi è specificamente deputata). Nel cap.XIII del libro III, Sidgwick enuncia tre principi con queste caratteristiche: il principio di giustizia, il principio di prudenza,17 e il principio di benevolenza; ci concentreremo in particolar modo su quest’ultimo, in quanto viene indicato come principio dal quale derivare il metodo utilitarista. La prima formulazione della massima recita:

“Ciascuno è moralmente tenuto a considerare il bene di qualsiasi altro individuo allo stesso modo in cui considera il proprio bene personale, a eccezione del caso in cui crede che a uno sguardo imparziale esso sia minore, oppure che sia conoscibile con minor certezza, oppure che con minore certezza possa essere da lui conseguito.”18

Il principio di benevolenza viene espressamente derivato da due premesse:

“[…] il bene di un qualche individuo specifico non è più importante del bene di un altro individuo, a meno che ci siano speciali ragioni di credere che è probabile che si realizzi un bene maggiore nell’un caso rispetto all’altro. E mi sembra evidente che, in quanto essere razionale, io sia tenuto a tendere al bene in generale […] e non semplicemente a una sua parte particolare. Da queste due intuizioni razionali possiamo dedurre, come conclusione necessaria, la massima della benevolenza nella sua forma astratta”.19

La prima premessa è sostantiva, e viene successivamente riformulata come nucleo autoevidente del principio,20 mentre la seconda è debitrice di un’estensione della tautologia “bene = ciò cui si deve tendere” (già nel libro I, cap.III) al concetto di bene “in generale” o “nel complesso”.21 L’intenzione di Sidgwick è quella di fornire all’utilitarismo un principio che possa colmare il divario fondamentale della prova milliana, quello tra il desiderio attuale e la desiderabilità della felicità generale:

“[…] un aggregato di desideri attuali, ciascuno diretto verso un aspetto diverso della felicità generale, non costituisce affatto un desiderio attuale per la felicità generale esistente in ciascun individuo […]. Pertanto, non essendoci alcun desiderio attuale per la felicità generale […] la proposizione che la felicità generale è desiderabile non può essere sostenuta in questo modo.”22

L’edonismo psicologico era già stato oggetto di pesanti critiche nel libro I, cap.IV: in risposta a tutte quelle occorrenze secondo le quali il piacere sarebbe il motivo originario o inconscio di ogni volizione, Sidgwick sostiene che ciò che conta è ciò che attualmente la persona desidera, e che di conseguenza ciò che è desiderato non è unicamente il piacere.23 In seconda istanza, ciò che viene inevitabilmente dettato da una legge psicologica (la ricerca del proprio maggior piacere) non è in alcun modo compatibile con l’idea di un precetto o di una norma, ai quali è implicita la possibilità di deviare da essi. L’edonismo psicologico mina dunque alla base qualsiasi pretesa normativa della ragione, la quale consente di conferire al metodo etico un’oggettività inattingibile altrimenti:24 non vi è infatti alcuna connessione necessaria tra la proposizione psicologica secondo la quale “il piacere è il fine ultimo delle mie azioni” e la proposizione etica secondo la quale “la maggior felicità personale corrisponde al giusto fine dell’azione”. La nozione di ragione assume un ruolo centrale, poiché sarebbe in grado di ricomprendere la finalità ultima di qualsiasi dovere e desiderio: contrariamente a quanto affermato da Mill, è dunque la ragione a dare fondamento al fine ultimo, non il desiderio.25

 

La felicità generale come fine ultimo

Il libro sull’intuizionismo è il tentativo di fornire un supporto oggettivo a giudizi etici che, secondo Sidgwick, se rimangono giustificati meramente a livello individuale attraverso il desiderio, rischiano di ignorare quell’importante divisione, largamente accettata dal senso comune, tra ciò che è soggettivamente giusto e ciò che lo è oggettivamente.26 È in questo senso che dobbiamo interpretare il prosieguo dell’argomento sidgwickiano a sostegno dell’utilitarismo:

“L’utilitarismo viene così presentato come la forma finale in cui tende a passare l’intuizionismo quando con rigore si pone il problema dei principi primi realmente autoevidenti. Tuttavia, al fine di rendere questo passaggio logicamente completo, è necessario interpretare ‘bene universale’ come ‘felicità universale.’ […] Credo che l’identificazione del ‘bene ultimo’ con la ‘felicità’ debba venire appropriatamente attuata attraverso un ragionamento più indiretto [rispetto a quello milliano]”.27

A questo è dedicato il capitolo conclusivo del libro III, che afferma fin da subito come “l’individuazione pratica della ‘condotta giusta’ dipenda dall’individuazione del ‘bene ultimo’”:28 dalla trasformazione del concetto di bene ultimo in felicità, dipende la traduzione pratica del principio formale. Dopo aver escluso virtù e condotta,29 Sidgwick si chiede se il bene ultimo possa coincidere con la vita cosciente “buona” o “desiderabile”. L’aspetto desiderabile non è la coscienza in quanto mezzo, piuttosto che la vita in quanto tale; il bene ultimo può dunque essere riconosciuto con gli stati di coscienza desiderabili.30 L’avversione dell’opinione morale comune nei confronti della tesi: “la felicità è il bene ultimo dell’uomo” sarebbe invece rettificabile, giacché (1) l’uso comune del termine “piacere” ha a che vedere con le sensazioni più grossolane ed impedisce di “includere chiaramente tutti quegli stati di coscienza che desideriamo mantenere o produrre”;31 (2) molti piaceri hanno come condizione di fruizione il fatto di non tendere consapevolmente al piacere – ovvero, di avere come fine qualche cosa di differente da esso;32 (3) un confronto tra i dettami razionali dell’edonismo egoistico e di quello universalistico mostra che il bene deve essere concepito come piacere,33 laddove il senso comune è meno avverso all’utilitarismo che non all’egoismo; (4) l’esigenza pratica di eleggere un criterio unico per confrontare diversi fini non-edonistici, indica la felicità come valore preferibile. La felicità è dunque la nozione che meglio consente di sistematizzare ciò che il senso comune significa con “bene ultimo”: “una rigorosa applicazione del metodo intuizionista viene ad avere come risultato finale la dottrina del puro edonismo universalistico, dottrina che è conveniente indicare con una sola parola: ‘utilitarismo’.”34

L’utilitarismo definisce una condotta “oggettivamente giusta” come “quella che in date circostanze produrrà nel complesso la maggior quantità di felicità, cioè la teoria che prende in considerazione la felicità di tutti coloro che sono influenzati dalla condotta in questione.”35 Quanto alla determinazione della “maggior felicità”, viene difeso il criterio quantitativo benthamiano del surplus di piacere rispetto al dolore; sempre con Bentham e con la tradizione utilitarista, la totalità affetta dal calcolo è l’insieme degli esseri senzienti, mentre la distribuzione della felicità viene normata secondo il principio della “pura eguaglianza”. La dimostrazione del principio utilitarista si è fin qui posta come completamento del sistema morale intuizionista attraverso l’enunciazione di un principio più ampio. L’efficacia di tale operazione, tuttavia, dipende dal modo in cui il principio dell’egoismo viene formulato:

“se l’egoista si limita solamente ad affermare la convinzione che lo porta a dire che egli deve considerare la propria felicità o il proprio piacere personali come proprio fine ultimo, allora non sembra possibile trovare un qualche argomento che lo conduca ad accettare come principio primo quello dell’edonismo universalistico: non si può dimostrare che la differenza tra la sua felicità personale e la felicità di un altro è per lui irrilevante.”36

Se invece l’egoista afferma di perseguire la propria felicità come bene “dal punto di vista dell’universo”, egli è vulnerabile al tipo di argomentazione “oggettiva” fin qui esposta.37 La superiorità dell’utilitarismo nei confronti dell’intuizionismo viene poi approfondita attraverso una disamina del modo in cui il senso morale sarebbe “inconsciamente utilitarista”;38 come abbiamo visto, il principio permette inoltre di dirimere le controversie in sede di applicazione degli assiomi intuizionisti, oltre ad auto-limitare il proprio impiego nei processi decisionali.39 La moralità del senso comune viene dunque sottoposta a revisione partendo dal principio utilitarista; per far ciò, “l’utilitarista deve partire dall’ordine sociale esistente e con la moralità esistente che è parte di quest’ordine; e per decidere il problema se si deve raccomandare una qualche divergenza dal codice attuale è necessario considerare soprattutto le conseguenze immediate che questa divergenza verrà ad avere su una società in cui si pensa che tale codice valga in generale.”40

 

Il “dualismo della ragion pratica”

Lo scopo datoci in sede di introduzione era di delineare il modo in cui Sidgwick annulla l’opposizione tra la scuola intuizionista e quella utilitarista, tradizionalmente induttivistico-empirista. La problematicità della relazione tra i metodi viene spostata internamente all’edonismo: per quanto il filosofo britannico abbia cercato di fornire argomenti a favore della massima della benevolenza razionale, in contrasto con quella della prudenza, il trattato conclude in maniera celebre che “la negazione di questa connessione [quella tra le due massime] deve costringerci ad ammettere una contraddizione ultima e fondamentale nelle nostre evidenti intuizioni di ciò che è ragionevole nell’ambito della condotta, e da questa ammissione sembra conseguire che la chiara attività intuitiva della ragion pratica, che si manifesta in questi giudizi contraddittori, è dopotutto illusoria.”41 L’equipollenza dei due principi era stata anticipata in precedenza,42 e il capitolo su “Felicità e dovere” aveva chiarito che per la gran maggioranza degli uomini i piaceri più intensi sono conseguiti nel perseguimento di quanto viene dettato dall’amore di sé e non dai dettami della coscienza: felicità e dovere non sembrano pertanto coincidere completamente, privando l’utilitarista della tesi secondo cui la maggior felicità personale viene sempre conseguita quando si compie il proprio dovere.43 Lo stesso capitolo aveva mostrato come le sanzioni sociali siano insufficienti per convertire l’egoista ai dettami della morale di senso comune; e l’utilitarismo accentua questa problematica, dacché si presenta come ancor più esigente.

L’edonismo ‘egoistico’ viene formulato come metodo dell’etica per una ragione ben precisa: esso preserva una differenza fondamentale per la determinazione del fine pratico ultimo che la “dimostrazione” ha accantonato, ovvero la distinzione tra gli individui. L’utilitarista può persuadere l’egoista a patto che questi riconosca la propria felicità come parte del bene universale; l’enfasi sulla separatezza degli individui tuttavia gli consentirebbe di essere “interessato alla qualità della [sua] esistenza in un senso che è fondamentalmente diverso da quello in cui [è] interessato alla qualità dell’esistenza degli altri individui.”44 Per questo l’egoista potrebbe, pur continuando ad affermare l’autoevidenza della massima di benevolenza, rifiutarsi di subordinare il perseguimento della felicità personale a quella universale. Il dovere e la simpatia, secondo Sidgwick, continueranno a guidare la condotta individuale verso il perseguimento della felicità generale: nella maggior parte dei casi, il primo coinciderà con l’interesse personale a causa delle sanzioni esterne, mentre lo sviluppo della seconda, assieme alla “sanzione di coscienza”, contribuirà a rendere più diffuso il sacrificio della propria felicità personale per quella comune.

La tensione tra i due principi, in casi eccezionali, apre tuttavia a una conclusione irrazionale: “la ragione pratica cessa di essere un motivo a favore dell’una o dell’altra soluzione, essendo essa divisa al suo interno; e quindi il conflitto dovrà essere deciso dalla relativa preponderanza dell’uno o dell’altro dei due gruppi di impulsi non-razionali.”45 Poco prima, Sidgwick propone una genealogia del senso del dovere che lo spinge a ricercare una sintesi finale: esso “esprime solamente il bisogno vitale che la nostra ragione pratica sente per dimostrare o postulare [la] connessione tra virtù e interesse personale, se deve ristabilire la propria coerenza interna.”46 La conciliazione viene avanzata, con esitazione, “come un’ipotesi logicamente necessaria”,47 affinché il filosofo non sia obbligato ad accettare la contraddizione in maniera definitiva, ma la necessità avvertita non garantisce per la bontà dell’ipotesi stessa. La questione potrebbe essere decisa solamente da un trattato di filosofia generale, nel quale condurre ricerche epistemologiche più approfondite – tentativo che Sidgwick non ha qui intrapreso per l’intento esclusivamente etico dell’opera. In assenza di un ordine extra-morale meglio definito, i due principi non consentono di formulare una prescrizione pienamente razionale per la condotta morale.48

 

Bibliografia

Phillips, D. (2011), Sidgwickian Ethics, New York : Oxford University Press.

Schneewind, J. B. (1977), Sidgwick’s Ethics and Victorian Moral Philosophy, Oxford : Clarendon Press.

Schultz, B. (2015), “Henry Sidgwick”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Edward N. Zalta (ed.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/sum2015/entries/sidgwick/>.

Sidgwick, H. (1995), I metodi dell’etica, trad. it. Maurizio Mori, Milano: Il Saggiatore.

Zamagni, S. (2015), Prudenza, Bologna : il Mulino.

 

Note

  1. Sidgwick (1995), p. 439, n. 9.
  2. Per un’introduzione alla vita e alla produzione di Sidgwick, cfr. Schultz (2015).
  3. Cfr. La prova dell’utilitarismo in J.S. Mill.
  4. “La dimostrazione dell’utilitarismo”, Sidgwick (1995), pp.449-453.
  5. Sidgwick (1995), p. 41.
  6. Sidgwick (1995), p. 36.
  7. Sidgwick (1995), pp.51-52.
  8. Ibid.
  9. Sidgwick (1995), p. 47.
  10. Sidgwick (1995), p. 46.
  11. Sidgwick (1995), p. 232.
  12. Schneewind (1977), p.201.
  13. Sidgwick (1995), p. 272.
  14. Ibid., mio corsivo: Sidgwick dedica considerevole attenzione al modo in cui conferire agli assiomi autoevidenza, la quale non può basarsi su opinioni, impressioni o impulsi; un’intuizione è propriamente tale quando passa attraverso un attento vaglio razionale.
  15. Sidgwick (1995), p. 274.
  16. Sidgwick (1995), p. 275.
  17. Riguardo il principio di prudenza, che verrà brevemente ripreso successivamente, è il caso di notare che tale parola svolge, nel lessico Vittoriano, una funzione affatto diversa da quella cui siamo abituati oggi, ricondotta principalmente all’etica delle virtù. Il saggio di Stefano Zamagni, Prudenza, evidenzia proprio come la prudenza abbia finito per coincidere con l’interesse personale a partire dalla rivoluzione marginalista in economia politica (p.41), svoltasi negli anni Settanta del secolo XIX, quindi proprio in corrispondenza alla pubblicazione dei Metodi. Non dispongo di un’adeguata analisi per quanto concerne l’origine dell’espressione utilizzata da Sidgwick, ma non è difficile immaginare che il suo orientamento utilitarista, preminentemente all’opera delle teorie marginaliste, assieme al suo interesse e coinvolgimento per l’economia politica, abbiano influenzato sulla dicitura del principio.
  18. Sidgwick (1995), pp.414-415.
  19. Ibid. Secondo Phillips (2011), questo passaggio dimostrerebbe la necessità di contare quattro principi autoevidenti; cfr. pp.96-97.
  20. “Non devo preferire il mio minor bene personale al maggior bene personale di un altro”; Sidgwick (1995), p.415.
  21. Sidgwick (1995), p.413. Curiosamente, tale specificazione viene enunciata durante la formulazione del principio di prudenza, suggerendo un parallelismo tra i due principi che culminerà nel drammatico dualismo della ragion pratica: il “bene nel complesso” è quello della vita dell’individuo, che in un perseguimento razionale del proprio bene non deve discriminare tra stati di coscienza presenti e stati futuri; il “bene in generale” è chiaramente una specificazione di stampo utilitaristico. Sidgwick sostiene che entrambe le specificazioni eliminano il tratto tautologico delle proposizioni. Devo l’indicazione al tema tautologico a Phillips (2011), p.124.
  22. Sidgwick (1995), p. 419. Per quanto riguarda il contenuto della prova milliana, rimando nuovamente a La prova dell’utilitarismo in J.S. Mill.
  23. Qui Sidgwick evidenzia che se la proposizione “desideriamo ciò che è piacevole” può essere accettata in quanto tautologica, la problematicità della relazione piacere-desiderio risiede nel dubitare che “il fine cui i nostri desideri sono sempre coscientemente diretti sia proprio il conseguimento di [piacevoli] sensazioni”, Sidgwick (1995), p.81. J. Butler viene citato ripetutamente in questa sezione: egli avrebbe infatti chiarito che “se non avessimo desideri anche per altre cose che non sono piacere, non potremmo neanche ricercare il piacere stesso: infatti il piacere consiste proprio nella soddisfazione di questi impulsi ‘disinteressati’”; Ibid.
  24. “[…] sembra che ci sia la seguente differenza fondamentale nelle nostre rispettive concezioni dell’obiettività etica e di quella fisica: che nel caso della prima comunemente ci rifiutiamo di ammettere – cosa che l’esperienza ci costringe invece ad ammettere nel caso della seconda – cambiamenti per i quali non riusciamo a dare alcuna spiegazione razionale.” Sidgwick (1995), p.238.
  25. Nel libro I, cap. III, si afferma che il sentimento morale soggettivo fornisce un supporto ultimo a quei giudizi oggettivi che vengono dubitati; la possibilità di cambiare opinione e di conseguenza comportamento, contravvenendo al sentimento morale, dimostra tuttavia che quest’ultimo non è il fondamento ultimo dei giudizi etici in generale. In questo caso, è ravvisabile una certa somiglianza con il pensiero di Mill, il quale riteneva che l’utilitarismo non si fonda su un sentimento corrispondente.
  26. La differenza tra giustizia soggettiva, percepita come tale dal soggetto sotto forma di credenza, e giustizia oggettiva non è determinabile per via soggettiva; Sidgwick rimarca che tale scarto è applicabile intersoggettivamente, “rispetto alla condotta di un’altra persona che possiamo influenzare” (Sidgwick (1995), p.237). Poiché i giudizi morali “soggettivi” sono di difficile sistematizzazione, il metodo intuizionista prende in considerazione quei giudizi che hanno per oggetto gli effetti dell’intenzione, il cui valore morale non dipende pertanto dal giudizio dell’agente; scopo dell’opera è infatti la codifica di un metodo che prescriva ciò che si deve fare. Il metodo intuizionista si occupa dunque della giustizia “oggettiva”, ed è a partire da questa problematica che Sidgwick tenterà di armonizzare le istanze deontologico-intuizioniste dell’imperativo categorico kantiano – il quale eliminerebbe la distinzione tra giustizia soggettiva (ciò che l’agente crede) e giustizia oggettiva (ciò che è effettivamente giusto) – con quelle derivanti dal consequenzialismo utilitarista.
  27. Sidgwick (1995), p. 419.
  28. Sidgwick (1995), p. 425.
  29. È necessario rifiutare la tesi secondo la quale il bene generale consisterebbe nella virtù generale, in quanto la stessa virtù, in una circolarità logica, viene definita come tendenza a un bene che deve essere di volta in volta definito. Il bene eccede sempre la condotta (essa infatti, per essere considerata giusta, deve tendere sempre a qualche cosa); ricondurre il bene esclusivamente ad essa, abbracciando la tesi per la quale “non c’è alcun altro fine se non lo stesso cercare il giusto” (Sidgwick (1995), p.428), rende inoltre irrilevante la stessa distinzione tra giustizia soggettiva e oggettiva.
  30. La critica all’edonismo empirico (Sidgwick (1995), pp.157-162) aveva portato alla luce il fatto che una trattazione oggettiva del piacere conduce al definirlo come quella sensazione che è desiderabile per come viene conosciuta nel momento in cui viene desiderata: il piacere in quanto tale non dipende dalle condizioni in cui accade, né dalle conseguenze dell’atto. Ciò rende necessario, in prima battuta, ampliare la concezione utilitarista tradizionale oltre le mere sensazioni, agli stati di coscienza che includono “relazioni oggettive nelle nostre nozioni di virtù, verità, bellezza, libertà: da questo punto di vista possiamo considerare la conoscenza della verità, la contemplazione della bellezza, l’esecuzione di una vita libera o virtuosa come alternative in qualche misura preferibili al piacere o alla felicità, anche se ammettiamo che la ‘felicità’ deve essere inclusa come una parte del ‘bene ultimo’.” (p.433). Tale estensione si rende necessaria per includere cognizioni e volizioni considerate piacevoli, sebbene astraibili dalle sensazioni vere e proprie: il bene della verità non dipende dunque dalla sensazione che si ha nel momento in cui si conosce, bensì dal fatto di intrattenere un rapporto oggettivo con la verità, il quale è considerato parte di una vita cosciente desiderabile. La conclusione tuttavia vira verso l’edonismo: le relazioni oggettive non sono più desiderabili come fine ultimo di un qualsiasi oggetto, “considerato indipendentemente da qualsiasi relazione con una coscienza esistente” (p.434); tali relazioni, infatti, “sembrano avere l’approvazione del senso comune almeno proporzionatamente alla misura in cui producono […] piacere” (ibid.). Poche pagine più avanti, Sidgwick si pronuncia definitivamente: “se cerchiamo il criterio finale del valore relativo dei vari oggetti [la virtù, la verità, la libertà, la bellezza, ecc.] che gli uomini ricercano […] tale criterio dipende dalla maggiore o minore misura in cui tali oggetti ideali conducono alla felicità” (p.438).
  31. Sidgwick (1995), p. 435.
  32. Questa distinzione è particolarmente rilevante per la dimostrazione del metodo utilitarista, in quanto la felicità viene assunta come criterio ultimo di azione, non come motivo: “se l’esperienza mostra che la felicità generale viene conseguita in maniera più soddisfacente quando gli uomini agiscono frequentemente in base a motivi diversi rispetto a quelli della pura filantropia universale, è ovvio che è ragionevole preferire questi altri motivi proprio in base a principi utilitaristi.” Sidgwick (1995), p.444.
  33. “[…] la ragione mi mostra che se la mia felicità è desiderabile ed è un bene, allora anche l’eguale felicità di qualsiasi altra persona deve essere egualmente desiderabile” Sidgwick (1995), p.436; […] se è naturale e quasi inevitabile che tutte le volte che qualcuno […] concentra la propria attenzione su se stesso, venga a concepire il bene come ‘piacere’, allora possiamo ragionevolmente concludere che il bene di vari esseri simili […] non può essere di qualità essenzialmente diversa” (p.438).
  34. Sidgwick (1995), p.439. La “rigorosa applicazione del metodo intuizionista” è un continuo intreccio di analisi razionale e rimandi all’opinione della morale comune quale criterio ultimo di validazione dei principi in esame. In un altro senso, l’intuizionismo è l’epistemologia morale sottostante all’obbligatorietà del metodo utilitarista: “la norma suprema che ingiunge di tendere alla felicità generale deve basarsi su un’intuizione morale fondamentale, se si vuole riconoscerla come vincolante.” Sidgwick (1995), p.36.
  35. Sidgwick (1995), p. 443.
  36. Sidgwick (1995), p. 451.
  37. “Quando tuttavia l’egoista presenta implicitamente o esplicitamente, la proposizione che afferma che la sua felicità o il suo piacere personale è il “bene”, non solo per lui ma dal punto di vista dell’universo – per esempio quando dice che “la natura lo ha fatto per ricercare la propria felicità personale” –, allora diventa rilevante fargli osservare con forza che, quando si considera quel “bene” dal punto di vista dell’universo, la sua felicità non può essere una parte più importante della eguale felicità di qualsiasi altra persona. Pertanto, partendo proprio dal suo principio, l’egoista può essere portato ad accettare la felicità o il piacere universale come ciò che è buono o desiderabile assolutamente e senza riserve”; Sidgwick (1995) p.451.
  38. “L’utilitarismo può essere presentato come quella teoria scientificamente completa e sistematicamente elaborata che tende a regolare la condotta in base a quell’indicazione che è sempre stata sostanzialmente seguita nell’intero corso della storia umana.” Sidgwick (1995), p.456.
  39. Cfr. nota 47; in questo modo, il principio si ritiene stabilito pienamente in quanto autonomo e auto-limitantesi.
  40. Sidgwick (1995), p.500. La correzione verrà guidata dalla maggior utilità sociale producibile, adottando il criterio dell’edonismo empirico come unico “metodo per ridurre a un comun denominatore i diversi elementi dei problemi con cui ha a che fare” (p.506).
  41. Sidgwick (1995), p. 533.
  42. “Le proposizioni ‘Non devo preferire un minore bene presente a un maggior bene futuro’, e ‘Non devo preferire il mio minor bene personale al maggior bene personale di un altro’ si presentano esse stesse come autoevidenti.” Sidgwick (1995), p.415. La neutralità temporale è per Sidgwick “l’elemento più rilevante insito nella nozione comune di ricerca razionale del piacere”; (p.163).
  43. Cfr. Sidgwick (1995), pp.195-207. Il capitolo conclusivo ribadisce: “Non si può dimostrare in maniera soddisfacente su basi empiriche la connessione inseparabile tra il dovere utilitarista e la maggiore felicità dell’individuo che si conforma a tale dovere”; p.529. La constatazione empirica viene qui utilizzata, a differenza di Mill, contro il principio di utilità: essa non risolve la tensione tra interesse personale e universale, tra felicità e dovere.
  44. Sidgwick (1995), p.524.
  45. Sidgwick (1995), p.533. Egli continuerà a perorare questa posizione, come possiamo evincere dall’articolo “Some fundamental ethical controversies” (Mind, 1889) citato in introduzione dal traduttore Maurizio Mori, in cui leggiamo che in quei rari casi “i fini ultimi sono determinati dal sentimento e non dalla ragione.” Sidgwick (1995), XXX.
  46. Sidgwick (1995), p.533.
  47. Ibid.
  48. Scheewind (1977) nota come la contraddizione tra i due principi non si pone su un piano logico, in quanto un elemento fattuale ulteriore (l’ordine cosmico extra-morale) sarebbe sufficiente a dirimere la questione.
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