L’utilitarismo è una delle correnti fondamentali della storia della filosofia morale, introdotta quale vera e propria dottrina dalla scuola britannica, a partire da Jeremy Bentham. Data la rilevanza dell’utilitarismo non solo per il pensiero morale, ma anche per quello economico e politico, trovo di particolare interesse approfondire il modo in cui l’argomento a sostegno del principio di utilità sia stata sostenuta dai maggiori esponenti di questa corrente.

Questo articolo è stato originariamente pensato come un confronto diretto tra J.S. Mill e H. Sidgwick, per esaminare come l’utilitarismo abbia subito la sua più profonda trasformazione all’interno della tradizione dell’utilitarismo classico britannico. Data l’impostazione della nostra sezione “Profili filosofici”, presenterò il pensiero dei due autori in sedi separate. Più specificamente, il mio intento è quello di mostrare come dall’opposizione di scuola intuizionista e scuola induttivista – il terreno all’interno del quale Mill opera, dichiaratamente a favore della seconda – si passi a un’armonizzazione delle due posizioni e alla delineazione di una nuova antitesi interna all’edonismo (ciò che Sidgwick battezzerà “dualismo della ragion pratica”1). Il presente articolo si dedicherà quindi alla disamina della prima opposizione e alla prova milliana, ed è completo nel contenuto; per coloro che volessero avere una visione d’insieme, la prova sidgwickiana è disponibile qui.

 

J.S. Mill fu legato alla tradizione utilitarista fin dalla sua nascita (1806), essendo il padre, James Mill, amico intimo di Jeremy Bentham. Introdotto al greco all’età di tre anni (per non parlare dello studio di latino, algebra, calcolo, logica, politica economica, filosofia politica e psicologia, durante l’adolescenza), la sua formazione fu particolarmente intensa e intransigente, conducendolo all’età di vent’anni a un crollo psicologico. I titoli delle sue opere già alludono agli argomenti cui si occupò durante la propria prolifica maturità intellettuale: i Principi di Economia Politica inseriscono Mill a pieno titolo nella tradizione dell’economia politica classica, arricchendo la prospettiva  sociale di Smith e introducendo elementi originali come il costo opportunità e un’elaborata teoria dell’astinenza monetaria;2 il Sistema di Logica è una delle opere cardine di filosofia del linguaggio e logica per il diciannovesimo secolo; Utilitarismo, che prenderemo qui in esame, è un breve testo in difesa della suddetta dottrina morale, un classico per molti corsi universitari di etica, specialmente nel mondo anglosassone; Sulla Libertà, probabilmente il suo testo più celebre, è invece tra le pietre miliari del liberalismo classico.3 

 

La prova di J.S. Mill: Utilitarismo

Fin dal Sistema di logica, Mill perpetua la suddivisione kantiana tra la ragione teoretica e quella pratica. Per Mill, tuttavia, mondo e mente sono logicamente indipendenti; viene così attaccata fin dalla radice ogni matrice gnoseologica di stampo trascendentale, la quale prevede la possibilità di conoscenze vere a priori in forza di una corrispondenza di carattere logico tra i due ordini. L’induttivismo milliano consiste nel ridurre ogni concetto, sia esso di natura pratica o teoretica, a un insieme di coordinate frutto di un associazionismo psicologico che collega tra loro le sensazioni empiriche secondo una necessità dettata dall’abitudine. Ogni conoscenza è, in questo senso, una generalizzazione inferita da un insieme di sensazioni e basata sull’esperienza, la quale è relativa e passibile di modificazioni a seguito di osservazioni e inferenze ulteriori.

È a partire da questo quadro metafisico che la critica all’intuizionismo morale viene mossa. Per Mill, come per la tradizione che lo precede e che sopravviverà intatta fino all’opera di Sidgwick, la filosofia morale deriva direttamente da una metafisica; nel Sistema, l’etica viene inserita nella sezione delle arti, ovvero in quell’insieme di regole e principi che non hanno a che fare con stati di fatto.4 Approfondendo il carattere della distinzione summenzionata tra ragione teoretica e pratica, evinciamo che la prima si occupa di definire cosa ci sia ragione di credere, la seconda come sia ragionevole agire.5 Se alla prima viene assegnato il principio dell’enumerazione induttiva per garantire la possibilità di una conoscenza vera (il quale, come abbiamo visto, è basato su sensazioni, stati di fatto), alla seconda viene riconosciuto il principio di utilità come regola suprema per determinare la bontà di un fine pratico: ogni azione è buona in quanto promuove la felicità generale.6

Fin dalle primissime pagine di Utilitarismo, la questione viene posta come segue: se per quanto riguarda la scienza le verità particolari precedono la teoria generale, ci dobbiamo aspettare che, poiché nel caso delle arti ciò che conta è il fine verso il quale l’azione tende, le regole per l’azione dipendano interamente dal carattere di quel fine.7 La conoscenza della qualità morale del fine deve conseguire da una legge generale, e su questo entrambe le scuole, intuizionista e induttivista, concorderebbero; la differenza risiede nel modo in cui la legge in questione viene giustificata. Per l’intuizionista, la legge morale viene conosciuta direttamente – intuita, per l’appunto –, ed esercita la propria influenza per il solo fatto di essere riconosciuta come autoevidente; per l’induttivista, invece, le questioni morali dipendono dall’osservazione e dall’esperienza. La critica di Mill, nel primo capitolo, si dedica a mostrare come nessuna delle due fazioni abbia enunciato un principio primo, in forza del quale poter giudicare la bontà o meno di un’azione particolare; dietro ogni teoria morale, tuttavia, agirebbe tacitamente l’influenza del principio di utilità, ed è alla difesa di questo principio, in guisa strettamente induttivistico-empirista, che viene dedicata l’opera.

Un’ulteriore nota introduttiva riguardo alla “prova”, che ci avvicina all’anima induttivista del nostro autore, consiste nel sottolineare l’impossibilità di una dimostrazione diretta per quanto riguarda i fini ultimi: poiché il giudizio riguardo a ciò che è buono dipende dal suo essere mezzo per un bene ulteriore, la questione del bene ultimo (summum bonum), non essendo passibile di una giustificazione ulteriore, deve dipendere da una riflessione di respiro più ampio, la quale sia in grado di dare ragioni a supporto dell’utilitarismo che possano essere accettate o respinte razionalmente (e, di conseguenza, mediatamente), non intuite. Questa procedura viene considerata da Mill l’unica prova cui il principio di utilità può essere sottoposto, e sottrae la dimostrazione ad ogni arbitrarietà.

Il capitolo quarto è dedicato esplicitamente alla prova dell’utilitarismo,8 e si misura con la difficoltà di fondare sull’esperienza la giustificazione del principio morale ultimo. Se tuttavia per le questioni di fatto le premesse conoscitive possono essere avallate dai sensi, non è chiaro come debbano essere giustificate quelle relative ai fini pratici. L’utilitarismo è “la dottrina secondo la quale la felicità è desiderabile, e la sola cosa desiderabile, come fine; tutto ciò che è desiderabile lo è in quanto mezzo per quel fine.”9 E la felicità, secondo l’impianto edonistico di Mill, “è il piacere, e l’assenza di dolore”;10 poiché il fine dell’azione umana è il conseguimento della felicità, questo stesso fine regola la condotta umana, assurgendo a standard morale.11 In questo modo, quando un’azione produce felicità (ovvero uno scarto tra piacere e dolore a vantaggio del primo), essa deve essere considerata giusta – con la clausola che il principio di utilità sottintende essere propriamente giusta quell’azione che, tra le altre, massimizza la bilancia complessiva di piacere e dolore.

Quello che viene comunemente nominato il “primo passaggio” della prova è l’inferenza da una felicità “desiderata” a “desiderabile” e, in quanto afferisce alla sfera della ragione pratica, riguarda le ragioni che possono essere addotte per l’identificazione del valore da eleggere come fine. Quale prova può essere addotta alla desiderabilità della felicità? Proprio come “la sola prova di visibilità di un oggetto è l’essere visto da parte delle persone […], la sola evidenza per il fatto che qualcosa sia desiderabile è il fatto che le persone di fatto la desiderino.”12 Questa analogia ribadisce l’approccio induttivo (cfr. nota 12), fondando la morale sulla psicologia: poiché il bene non può essere definito a priori, ed essendo il bene ultimo il fine di ogni azione, la giustificazione del fine deve poter essere basata su sensazioni che guidano e motivano l’azione fattivamente.

Abbiamo visto che alla desiderabilità della felicità non può essere addotta alcuna ragione ulteriore, se non che essa è desiderata da ciascuno. Il prosieguo della prova merita di essere riportata direttamente dal testo originale, poiché contiene quella che può essere considerata come la difficoltà principale della dimostrazione milliana:

“This [that each person desires his own happiness], however, being a fact, we have not only all the proof which the case admits of, but all which it is possible to require, that happiness is a good: that each person’s happiness is a good to that person, and the general happiness, therefore, a good to the aggregate of all persons.”13

Che ogni persona desideri la propria felicità è un fatto; l’impianto empirista, unito alla dimostrazione secondo la quale i principi ultimi non sono passibili di giustificazione ulteriore rispetto a quanto già illustrato, fanno da sfondo all’affermazione secondo la quale con il desiderio “non abbiamo solo la prova che il caso abbisogna, ma tutto ciò che è possibile richiedere” per supportare il principio utilitarista. La felicità è un bene,14 ed è desiderabile in quanto fine ultimo; il fatto che lo sia da parte di una persona, la rende un bene per quella persona: dunque la felicità generale è un bene per l’insieme delle persone che desiderano la felicità come proprio fine. Ricordiamo che ciò che Mill vuole qui stabilire è che la felicità venga riconosciuta come uno tra i molteplici fini ultimi, mentre la restante parte del capitolo si confronta con la giustificazione di quella sezione più impegnativa del principio, ovvero che “la felicità sia desiderabile, e la sola cosa desiderabile, come fine” (corsivo mio).

Il prosieguo del testo non offre particolari spunti per chiarire il passaggio summenzionato;15 un frammento largamente citato in proposito è quello in cui Mill risponde in una lettera a Henry Jones:

“[W]hen I said the general happiness is a good to the aggregate of all persons I did not mean that every human being’s happiness is a good to every other human being […] I merely meant in this particular sentence to argue that since A’s happiness is a good, B’s a good, C’s a good, the sum of all these goods must be a good.”16

Dal frammento è possibile evincere come Mill non tenti di produrre un argomento in favore della desiderabilità per ciascuno della felicità generale, quanto piuttosto una difesa della bontà della felicità generale come fine, inferita dal desiderio (dato) di ciascuno per la propria felicità.

La rivendicazione finale dell’utilitarismo, ovvero che la felicità è “la sola cosa desiderabile”, viene giustificata geneticamente facendo ricorso all’associazionismo psicologico: consideriamo la virtù, l’amore per il denaro, il potere, la fama, come oggetti in sé desiderabili poiché erano originariamente dei mezzi per il conseguimento della felicità.17 Il problema, tuttavia, rimane quello di armonizzare con il principio utilitarista il fatto che tali oggetti siano desiderabili per sé, ovvero come fini ultimi; la soluzione è quella di considerarli parti della felicità stessa:

“What was once desired as an instrument for the attainment of happiness, has come to be desired for its own sake. In being desired for its own sake it is, however, desired as part of happiness.”18

Assistiamo così a una “concretizzazione” del fine ultimo dell’utilitarismo, esplicitamente ritenuto un insieme concreto in grado di contenere la realizzazione dei fini particolari come proprie parti.19

 

Bibliografia

Brink, D. (2016), “Mill’s Moral and Political Philosophy”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Edward N. Zalta (ed.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/win2016/entries/mill-moral-political/>.

Macleod, C. (2018), “John Stuart Mill”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Edward N. Zalta (ed.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/spr2018/entries/mill/>.

Marshall, J. (1973), “The Proof of Utility and Equity in Mill’s Utilitarianism.” Canadian Journal of Philosophy, vol. 3, no. 1, pp. 13–26.

Mill, J.S. (2011), Utilitarianism, Roger Crisp (ed.), New York: Oxford University Press.

Mill, J.S. (1968), Sistema di logica, Roma: Ubaldini.

Millgram, E. (2000), “Mill’s Proof of the Principle of Utility.” Ethics, vol. 110, no. 2, pp. 282–310.

Moore, G. E. (1964), Principia ethica, trad. it. Gianni Vattimo, Valentino Romoiani ed., Cremona Nuova.

Sandelin, Bo, Hans-Michael Trautwein, and Richard Wundrak (2014), A Short History of Economic Thought, Abingdon, Oxon; New York : Routledge, Third edition.

Sayre-McCord, G. (2001), “Mill’s ‘Proof’ of the Principle of Utility: A More than Half-Hearted Defense”, Social Philosophy and Policy, 18(2), pp. 330–360.

Sidgwick, H. (1995), I metodi dell’etica, trad. it. Maurizio Mori, Milano: Il Saggiatore.

 

Note

  1. Sidgwick (1995), p. 439, n. 9.
  2. Cfr. Sandelin et al.(2014), p.33.
  3. Per un’introduzione al pensiero complessivo di Mill, cfr. Macleod (2018).
  4. “L’etica o moralità è propriamente una parte dell’arte corrispondente alle scienze della natura e della società umane”. Mill (1968), p.934.
  5. Cfr. Macleod (2018).
  6. Ibid.
  7. “But though in science the particular truths precede the general theory, the contrary might be expected to be the case with a practical art, such as morals or legislation. All action is for the sake of some end, and rules of action, it seems na-tural to suppose, must take their whole character and colour from the end to which they are subservient.” Mill (2011), p.50.
  8. “Of what sort of proof the principle of utility is susceptible”, Mill (2011), p.81.
  9. “The utilitarian doctrine is, that happiness is desirable, and the only thing desirable, as an end; all other things being only desirable as means to that end.” Mill (2011), p.81. L’editore, Roger Crisp, aggiunge che la dottrina dell’utilitarismo sostiene più precisamente che “la felicità generale è desiderabile” (cfr. n. 2.1.2, p.132); questa omissione risulterà particolarmente significativa nel prosieguo della prova, nel passaggio dalla desiderabilità della felicità singolare a quella generale.
  10. “By happiness is intended pleasure, and the absence of pain”. Mill (2011), p.55; Crisp precisa che Mill non riprende la dottrina morale epicurea, in quanto l’assenza di dolore è intesa come il risultato di un’opera di prevenzione da conseguenze dolorose (e per questo buona, non-neutra), la cui omissione equivarrebbe di fatto al favorire un dolore corrispondente (cfr. n. 2.2.4, p.116).
  11. “This, being, according to the utilitarian opinion, the end of human action, is necessarily also the standard of morality”. Mill (2011), p.59.
  12. “The only proof capable of being given that an object is visible, is that people actually see it. […] the sole evidence it is possible to produce that anything is desirable, is that people do actually desire it.” Mill (2011), p.81; Questa formulazione è stata attaccata da G.E. Moore (1964, cap.3), il quale nella celebre accusa di “fallacia naturalistica” riteneva che il passaggio tra ciò che è desiderato a ciò che è desiderabile non fosse giustificabile, in quanto ciò che è desiderabile, a differenza di ciò che è visibile, dipende da un carattere normativamente connotato (l’esser desiderabile) che nulla ha a che fare con la capacità sensoria (l’essere visto). L’analogia che Mill tenta di istituire tra stati di fatto e fini pratici, precisa Crisp (cfr. p.23), benché atta ad essere confusa in questo modo, mostra semplicemente che così come la sensazione visiva è deputata a giudicare in merito a stati di fatto, così il desiderare è la facoltà che può “induttivamente” istruirci in merito a ciò che è il fine ultimo d’azione. Sayre-McCord (2001, p.6) enfatizza la natura passiva del desiderio, in opposizione all’attività della volontà, rinforzando l’argomentazione analogica con la sensazione empirica (la passività del desiderio emerge chiaramente in Mill (2011), p.85). Diversa l’interpretazione di Millgram (2000), il quale individua nel passaggio “desiderato-desiderabile” niente più che una tautologia emergente dalla stipulazione per la quale Mill considera “felicità” e “desiderabile” come sinonimi: “[…] what is the principle of utility, if it be not that ‘happiness’ and ‘desirable’ are synonymous terms?” Mill 2011, p.105). Più precisamente, per quanto riguarda i fini non-strumentali, ovvero ultimi, il desiderio risulta essere l’unica evidenza per la desiderabilità del suo contenuto; chiarita dunque la restrizione posta da Mill all’argomento – cioè il discorso intorno alla natura del fine ultimo d’azione –, risulta come deduttivamente valido il passaggio da desiderato a desiderabile. Il carattere deduttivo della prova milliana, dichiara Millgram in un altro illuminante passaggio (p.292), è precisamente il motivo per cui Mill stesso non la ritiene una prova nel senso proprio del termine: ogni inferenza valida non può che essere induttiva, poiché la conclusione deve mostrare più di quanto già è contenuto nella premessa; per questo motivo la prova dell’utilitarismo non è propriamente tale, in quanto non mostra nulla di nuovo rispetto a quanto viene già enunciato nella premessa – che la felicità è ciò che è desiderabile.
  13. Mill (2011), p.81.
  14. Sayre-McCord (2001) ritiene questa affermazione il punto centrale da cui muovere per l’interpretazione: poiché la felicità viene riconosciuta dall’individuo come un valore (egli, infatti, la desidera), è conseguenza di tale riconosci-mento il fatto che la felicità sia un valore per chiunque la consegua. Viene spostato l’accento da una felicità come “bene per chi la desidera” a “bene simpliciter”, per evitare l’evidente problema che non tutti desiderano la felicità generale. Secondo Sayre-McCord, chi considera la felicità un bene è tenuto a ritenerla tale indipendentemente da chi la ottiene: se dunque egli non desidererà il benessere di qualcun altro, sarà in ogni caso tenuto a riconoscere che il conseguimento della felicità altrui è cionondimeno un bene.
  15. In una lunga nota (Mill 2011, p.132, nota. 4.3.8), Roger Crisp ritiene che il testo milliano non metta in appropriata luce la consapevolezza che l’autore aveva della differenza tra edonismo egoistico ed edonismo universale (una distinzione che diverrà capitale per l’opera di Sidgwick), rinvenibile in altre opere. Il passaggio citato suggerirebbe il seguente argomento: poiché la felicità personale è desiderabile, e di conseguenza un fine, per colui che la desidera, a maggior ragione deve essere desiderabile per lui la felicità di tutti. Il passaggio dalla prima alla seconda conclusione sarebbe garantito da un’equivalenza, ovvero che ‘la felicità di ognuno è un bene per ciascuno’ ammonti a ‘la felicità aggregata di ogni individuo è un bene per ognuno’; Mill creerebbe ulteriore confusione, sostituendo all’ “ognuno” l’aggregato. Che la felicità di ciascuno sia un bene in quanto desiderabile, tuttavia, non garantisce che la felicità di tutti sia desiderabile in quanto ciascuno desidera la propria felicità: possono esservi corsi d’azione che pongono un conflitto tra ciò che è desiderabile per sé e ciò che è desiderabile da una moltitudine; l’eccellenza morale del contribuire con il proprio operato alla felicità generale, considerata quale somma del piacere percepito da ogni individuo, non sovrascrive la razionalità del perseguire la felicità propria in quanto fine per sé desiderabile. Dello stesso avviso Sayre-McCord (2001), il quale ritiene che moralità e razionalità rispondano per Mill a due criteri differenti: la prima allo standard morale della promozione della felicità generale, la seconda alla promozione dei propri interessi. Da un punto di vista strettamente logico tuttavia, nota Crisp, Mill commette una fallacia composizionale, attribuendo all’insieme degli individui le proprietà di ciascuno dei suoi membri; egli ha bisogno del principio di imparzialità per difendersi dalla critica dell’egoista, il quale può sostenere che nonostante promuovere la felicità generale costituisca l’azione moralmente migliore, egli non abbia alcun motivo razionale (alcun desiderio) per realizzarla. Marshall (1973) difende l’inclusione del principio di eguale distribuzione nel principio utilitario (che emerge in Mill nella maniera più chiara nel cap.5, par.36 in nota), giacché il principio di utilità massimizza realmente il desiderio di maggior felicità di ciascuno solo se prende il desiderio di ciascuno in egual considerazione. Brink (2016) rifiuta la derivazione del principio utilitarista dall’egoismo psicologico, ritenendo che l’utilitarismo sia provato quale espressione migliore del principio morale di imparzialità, in opposizione alla prudenza: la prevalenza del principio di imparzialità su quello di prudenza viene giustificata da un punto di vista morale il quale, essendo imparziale, deve promuovere la felicità generale. Più sottile e originale la difesa dell’argomentazione da parte di Millgram (2000), il quale ritiene che “l’aggregato delle persone” cui Mill fa riferimento sia da considerarsi come l’insieme totale delle persone, comprese quelle future. Ciò che l’individuo dovrebbe desiderare è determinato, secondo Mill, da giudici competenti (cap.2); è in questo modo che un desiderio individuale non desiderabile può essere corretto. Ora, secondo Millgram abbiamo ragione di credere che, data l’opinione di Mill sul rilievo crescente che l’educazione morale utilitarista assumerà per le future generazioni, per l’insieme dei giudici competenti la felicità generale è quanto più desiderabile; è in virtù di ciò che l’individuo arbitrario deve preferire la felicità generale, e così tutti gli altri. Schneewind (1977, p.338), infine, mette in luce il debito di Mill nei confronti della sociologia di Comte, dalla quale il britannico apprese la possibilità di inferire le leggi sociali (“l’aggregato di persone”) direttamente da leggi psicologiche individuali.
  16. John Stuart Mill to Henry Jones, June 13, 1868, pubblicata in Mill, Collected Works, XVI:1414 (cit. da Sayre-McCord 2001).
  17. “[…] if it [virtue] were not a means to anything else, would be and remain indifferent, but which by association with what it is a means to, comes to be desired for itself, and that too with the utmost intensity.” Mill (2011), p.83.
  18. Ibid.
  19. “Happiness is not an abstract idea, but a concrete whole; and these are some of its parts.” Ibid.
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