1) Kripke e i nomi propri

Uno dei problemi fondamentali che affligge la filosofia del linguaggio sin dai suoi primi gemiti è di capire il comportamento dei nomi propri,  che Frege catalogava tra i termini singolari, in quanto fanno riferimento ad un unico oggetto. Per una mente brillante e acuta come quella di Saul Kripke, la questione non poteva rimanere indifferente, ed è proprio a Frege che il filosofo americano si rivolge in un passo dell’opera Naming and Necessity – che lo consacra nel panorama contemporaneo della filosofia del linguaggio -:

Frege dovrebbe essere criticato per aver usato il termine “senso” due modi. Infatti, considera il senso di un designatore come il suo significato; e lo considera anche come il modo in cui si determina il riferimento. Identificando i due, suppone che entrambi siano dati dalle definizioni descrittive[1].

Kripke vuole sottolineare la distinzione tra dare il significato (il contenuto semantico) e determinare il riferimento. Cerchiamo ora di capire meglio in che cosa consista.

Il concetto di “senso” in Frege

Secondo Frege, quando noi prendiamo in considerazione un nome che appartiene al vocabolario del nostro linguaggio, gli associamo delle descrizioni, che vengono chiamate descrizioni definite, e che ne rappresentano il senso. Possiamo ascrivere ad esse due funzioni fondamentali, essenziali per il suo utilizzo: da un lato ci forniscono un contenuto informativo, il quale ha il compito specifico di fornirci un significato – in senso non logico formale – del nome; dall’altro lato hanno la proprietà di determinarne il riferimento, ossia di trovare e identificare l’oggetto che quella particolare espressione denota. Possiamo fare un esempio: supponiamo di considerare il nome “Aristotele”, e di saper che ad esso associamo la descrizione (a) “l’allievo di Platone” e (b) “il maestro di Alessandro Magno”; (a) e (b) identificano esattamente l’oggetto di cui stiamo parlando attraverso alcune informazioni.

Secondo Kripke è fondamentale rilevare la differenza tra determinare il significato e determinare il riferimento, in quanto può condurre ad alcuni aspetti interessanti del comportamento del nostro linguaggio. In primo luogo, possiamo chiarire un distinguo importante: se “Aristotele” significa “l’allievo di Platone”, allora le due espressioni sono sinonime; se invece, “Aristotele” si riferisce soltanto allo stesso oggetto a cui si riferisce “l’allievo di Platone”, allora le due espressioni non sono sinonime, ma sono semplicemente co-referenziali. Esiste un altro motivo, però, che ci induce a considerare le due diverse sfaccettature del senso come separate.

Kripke contro Frege

La teoria fregeana viene spesso etichettata come descrittivista, in virtù del fatto che una descrizione determina il significato di un nome: questo può portare a grosse confusioni di natura epistemologica e metafisica. Facciamo un esempio:

  1. Aristotele era uno studente di Platone

Questa sembra essere una proprietà contingente, infatti possiamo immaginare che Aristotele stesso non abbia mai conosciuto Platone. L’enunciato è pertanto contingentemente vero. Ma, assumendo che la teoria di Frege sia corretta, allora “Aristotele” significa “lo studente di Platone” e pertanto le due espressioni sono sinonime. Compariamo ora 1) con questo:

  1. Lo studente di Platone è lo studente di Platone

2) è un fatto necessariamente vero, triviale e tautologico. L’enunciato che corrisponde a 2) esprime pertanto una verità necessaria, ed è inoltre conoscibile a priori, in quanto non ho bisogno di verificarlo empiricamente. Ma, siccome tra i due enunciati vi è un rapporto di sinonimia, allora anche 1) dovrà a sua volta esprimere una verità necessaria. Il descrittivismo sembra stridere enormemente con le nostre convinzioni: è di certo possibile ammettere che l’essere allievo di Platone sia una proprietà necessaria di Aristotele, ma questa posizione è difficilmente sostenibile e controintuitiva.

Secondo Kripke, possiamo aggirare il problema negando alle descrizioni il compito di determinare il significato, infatti se “Aristotele” non è sinonimo, ma semplicemente co-referenziale rispetto a “lo studente di Platone”, possiamo considerare 1) contingente e 2) necessario.

Prospetto su epistemologia e metafisica

In Naming and Necessity Kripke sostiene una tesi che lo pone in contrasto con il mainstream filosofico del suo tempo: secondo la maggior parte dei filosofi tutto ciò che è conoscibile a priori è anche di conseguenza necessario. I due concetti sembrano andare a braccetto, ma vi sono alcuni casi che possono fungere da controesempi. Cerchiamo innanzitutto di definirli chiaramente:

A priori: è un concetto epistemologico e fa riferimento a tutto ciò che può essere conosciuto senza fare riferimento all’esperienza. Il suo contrario è la conoscenza a posteriori, che fa riferimento, invece, a tutto ciò che può essere conosciuto solo empiricamente, ossia facendo riferimento all’esperienza.

Necessario: è un concetto metafisico che fa riferimento a ciò che è vero in tutti i mondi possibili. il suo contrario è la contingenza, ossia ciò che in altri mondi possibili può esistere diversamente, cioè può essere falso.

Secondo l’opinione filosofica condivisa, potremmo costruire una tabella di questo tipo:

Necessità a priori Necessità a posteriori
Contingenza a priori Contingenza a posteriori

Le due caselle con i nomi colorati sono vuote, in virtù del fatto che sembra non esserci spazio per necessità a posteriori e contingenze a priori. Kripke ci mostra però degli esempi interessanti:

Necessità a posteriori

Consideriamo alcuni teoremi matematici, ad esempio la congettura di Goldbach, che sostiene che ogni numero pari maggiore di due è la somma di due numeri primi; ma possiamo fare anche esempi che riguardano elementi fisici, come il fatto che “acqua=H2O” o che “il numero atomico dell’oro è 79”.

Non conosciamo il valore di verità della congettura di Goldbach, ma sappiamo per certo che essa sarà o necessariamente vera oppure necessariamente falsa; fino a quando non troveremo una dimostrazione, e saremo quindi costretti a rifarci a qualche esperienza empirica – in questo caso legata ai calcoli –, rimarremo in uno stato di incertezza. L’altro caso sembra più intuitivo: per capire che “acqua=H2O” sono stati condotti diversi studi che vennero poi verificati; la conoscenza relativa a questo enunciato, dunque, è legata essenzialmente a condizioni materiali e sperimentali.

Contingenza a priori

La lunghezza standard del metro è determinata dall’esistenza di una barra di ferro, che è stata convenzionalmente chiamata “metro”; la definizione data fa da riferimento per l’utilizzo di questa unità di misura.

In questo caso, l’utilizzo della definizione ci permette di sapere a priori che quella barra ha una certa lunghezza, senza bisogno di procedere con la misurazione empirica – anzi, al contrario, per qualsiasi misurazione empirica facciamo riferimento a quella precisa barra. Il fatto importante che va sottolineato, è che la definizione è stata data convenzionalmente e pertanto nulla ci impedisce di credere che le cose sarebbero potute andare diversamente, ad esempio che avremmo potuto riferirci ad una barra metallica di lunghezza diversa.

A questo punto, è interessante introdurre alcune considerazioni teoriche che Kripke fa su nomi e descrizioni.

2)  I designatori rigidi

Quando parliamo di designatori, dobbiamo distinguere rigorosamente tra due tipi:

Designatore rigido

Ovvero l’espressione che designa lo stesso oggetto in tutti i mondi possibili,

Designatore non rigido

Ovvero l’espressione che designa oggetti diversi nei mondi possibili.

Secondo Kripke, i nomi possono essere considerati designatori rigidi, mentre le descrizioni definite no. Questa teoria fa riferimento ai mondi possibili ed è pertanto necessario cercare di capire quale sia la posizione dell’autore a riguardo.

I mondi possibili di Kripke

Anche in questo caso, la discussione sulla tematica in Naming and Necessity è introdotta criticamente dall’autore, e la sua polemica sembra essere rivolta a David Lewis, il quale intendeva i mondi possibili come entità reali, esistenti in una dimensione spazio-temporale alternativa rispetto alla nostra. Per Kripke, invece, essi sono nient’altro che stipulazioni, ossia modi in cui le cose potrebbero essere andate alternativamente rispetto alla realtà. Intorno a questo concetto sorgono interpretazioni che travisano completamente il suo significato; leggiamo le parole dell’autore:

Nella presente monografia argomenterò contro l’uso errato che viene fatto del concetto che interpreta i mondi possibili come qualcosa simile ad un pianeta lontano, simile al nostro mondo circostante ma in qualche modo esistente in una dimensione parallela[2].

Il problema può essere risolto facendo riferimento ad una terminologia più adeguata, come ad esempio “uno stato possibile del mondo oppure “situazione controfattuale; alternativamente, sembra opportuno usare l’espressione appartenente al discorso modale “è possibile che.

Lavoriamo con i designatori rigidi

Designatori non rigidi

L’espressione “l’inventore delle lenti bifocali” è un designatore non rigido. Nel mondo attuale, l’inventore delle lenti bifocali è stato Benjamin Franklin, ma in una situazione alternativa potrebbe essere stato qualcun altro, ad esempio Baruch Spinoza o altri individui, e in quel mondo la descrizione potrebbe riferirsi ad una persona diversa ma possedere lo stesso significato.

Designatori rigidi

“Benjamin Franklin” è un designatore rigido, ovvero si riferisce allo stesso oggetto in tutti i mondi possibili. Non esistono situazioni controfattuali nelle quali Benjamin Franklin non sia Benjamin Franklin, ossia che l’oggetto non sia sé stesso.

A prima vista le cose sembrano un po’ difficili e non così immediatamente evidenti, ma possiamo aggiungere altre due considerazioni che Kripke stesso precisa nella sua opera:

  1. Se “Benjamin Franklin” è un designatore rigido ciò non significa che l’oggetto che viene denotato da quella espressione esista in tutti i mondi possibili – i.e. sia necessario -; l’individuo Benjamin Franklin potrebbe non esistere, ma non per questo il designatore perderebbe la sua proprietà, semplicemente ciò mostra che in alcuni mondi il nome “Benjamin Franklin” è un’espressione vuota. Per meglio dire, il designatore rigido designa lo stesso oggetto in tutti i mondi in cui questo esiste.
  2. Assumere che l’espressione “Benjamin Franklin” sia rigida, non significa impegnarsi anche a sostenere che in alcuni mondi controfattuali essa non possa essere utilizzata in un modo diverso da come invece noi la utilizziamo. Il designatore rigido si riferisce sempre al modo in cui noi utilizziamo un’espressione, non il modo in cui questa espressione può essere utilizzata negli altri mondi possibili. è evidente che “Benjamin Franklin” può denotare diversi oggetti, ma è anche evidente che l’individuo Benjamin Franklin è sempre lo stesso in tutte le situazioni controfattuali, ed è proprio per questo che riusciamo a riferirci ad esso.

Per riassumere, dunque, ciò che è rilevante è il modo in cui i parlanti utilizzano un’espressione nel mondo attuale, e questo determina il modo in cui noi ci riferiamo agli oggetti nei mondi possibili: “l’inventore delle lenti bifocali” è un’espressione che noi utilizziamo per denotare Benjamin Franklin, ma siccome questa proprietà è contingente, sappiamo anche che in alcune situazioni controfattuali la persona in questione potrebbe essere diversa; l’espressione “Benjamin Franklin” si riferisce nel mondo attuale ad un certo individuo o oggetto, ma quando noi immaginiamo delle situazioni alternative facciamo riferimento sempre allo stesso individuo o oggetto. In questo modo, Kripke cerca di dare una nozione di riferimento nei mondi possibili che possa essere più vicina al senso comune delle persone, e quindi più intuitiva e legata alla pratica ordinaria.

Alcune precisazioni sui nomi come designatori rigidi

Possiamo immaginare che l’individuo Benjamin Franklin possieda in un mondo possibile (chiamiamolo w) un nome differente, ad esempio “Robert”, e che vi sia un altro individuo, magari un falegname, che invece viene chiamato “Benjamin Franklin”. Questo esempio potrebbe sembrare un caso che controprova la teoria di Kripke, ma ciò non avviene, perché quello che è posto in questione non è il modo in cui un’espressione viene usata in un altro mondo, ma piuttosto come l’espressione viene utilizzata nel mondo attuale.

L’espressione “Benjamin Franklin” ci aiuta a identificare un oggetto nel nostro mondo, dopo che ciò è avvenuto possiamo riferirci ad esso anche nei mondi controfattuali e valutare alcune proprietà che riguardano quell’individuo, prendiamo ad esempio il mondo w e capiamo come vengono interpretati i seguenti enunciati in esso:

  1. Benjamin Franklin è chiamato “Benjamin Franklin” (F)
  2. Benjamin Franklin è chiamato “Robert” (V)
  3. “Benjamin Franklin” è un falegname (V)
  4. Benjamin Franklin è un falegname (F)

3) La critica al descrittivismo

Abbiamo visto come l’obiettivo polemico di Kripke sulla teoria dei nomi fosse Frege. Il pensatore americano supponeva che la teoria fregeana fosse la base dalla quale poi sarebbe nata un’intera famiglia di teorie, etichettabili con il nome di descrittivismo; esse si fondano su sei tesi fondamentali:

  1. Per ogni nome o designatore “X”, esiste una collezione di proprietà α, tale che un parlante ipotetico A crederà che “αX” sia vero.
  2. Il parlante ipotetico A crederà che almeno una delle proprietà appartenenti ad α, o la disgiunzione di alcune di queste, identificherà un solo ed unico oggetto.
  3. Se almeno una di queste proprietà sarà vera per un oggetto y, allora y sarà il riferimento di “X”.
  4. Se non esiste alcun oggetto come y, allora “X” sarà un’espressione vuota.
  5. L’enunciato “se X esiste, allora X ha almeno una delle proprietà in α” è vero a priori.
  6. L’enunciato “se X esiste, allora X ha almeno una delle proprietà in α” è una verità necessaria.

Kripke mette in questione tutte queste tesi alla luce di tre argomentazioni: una semantica, una epistemologica e una modale. A scopo puramente espositivo stipuliamo delle piccole convenzioni terminologiche per aiutarci nell’esposizione: diciamo che N indicherà un nome, mentre D una descrizione. Dato che 1) è una definizione, supponiamo sia vera.

Argomento semantico

Tesi kripkiana contro 2), 3) e 4):

Il riferimento di N non è determinato linguisticamente da D

Argomento contro 2): supponiamo di essere in una stanza e di star parlando di Kurt Goedel e che l’individuo in questione sia presente; molte persone possono aver sentito parlare di lui e sapere tutto riguardo alla sua figura, ciò però non li aiuterà di certo a identificarlo: supponiamo ad esempio che si possa dire che “ha scoperto i teoremi di incompletezza”, questa descrizione ci dà delle informazioni, ma non ci aiuta affatto a capire quale degli individui nella stanza sia il portatore del nome “Kurt Goedel”. Nonostante questo, ogni parlante nella stanza usa correntemente l’espressione “Kurt Goedel”.

Argomento contro 3): supponiamo che Manzoni non abbia in realtà scritto I Promessi Sposi e che il romanzo sia opera di un certo tizio che si chiama “Rossini”; in questo caso, secondo la tesi 2), la descrizione “l’autore di I Promessi Sposi” dovrebbe riferirsi a Rossini e non a Manzoni. Quella proprietà non conviene più allo stesso individuo, ma il nome “Manzoni” si riferirà sempre e comunque a Manzoni.

Argomento contro 4): supponiamo che nessuno abbia mai scritto i promessi sposi e che nessuno abbia mai scoperto i teoremi di incompletezza, ma che questi grandi eventi intellettuali siano il frutto casuale di una serie di combinazioni di atomi, che sono risultati nella materializzazione istantanea di alcuni fogli di carta, sui quali sono presenti le due grandi opere. Nonostante le descrizioni non siano più adeguate per i nomi “Kurt Goedel” e “Alessandro Manzoni”, ciò non significa che questi non designino più alcun individuo.

Argomento epistemologico

Argomento contro 5): Manzoni è davvero l’autore dei I Promessi Sposi, ma per sapere questo non possiamo affidarci solo alla nostra conoscenza a priori della cosa. Rielaborando l’esperimento, supponiamo invece che Rossini sia veramente l’autore del romanzo; per scoprire che le nostre convinzioni sono erronee – i.e. che l’autore del romanzo non è Manzoni – abbiamo bisogno di una verifica empirica e di prove materiali.

Argomento modale

Argomento contro 6): possiamo riproporre l’esempio di Aristotele: sappiamo di lui che la descrizione “l’allievo di Platone” è vera, ma difficilmente saremo disposti a sostenere che questa sia una proprietà necessaria di quell’individuo, e come dice lo stesso Kripke: “sembrerebbe che sia un fatto contingente che Aristotele abbia compiuto una qualsiasi delle cose che gli sono comunemente attribuite al giorno d’oggi[3].

Il battesimo

Dopo aver messo in luce i difetti del descrittivismo, l’autore propone quella che secondo lui è una “better picture”, ossia un modo migliore per intendere la teoria del riferimento. Affidiamoci direttamente alle sue parole:

Qualcuno, diciamo un bambino, nasce, i suoi genitori lo chiamano in un certo modo. Parlano di lui ai loro amici. Altre persone lo incontrano. Attraverso vari generi di conversazione il nome si diffonde di collegamento in collegamento come in una catena. Un parlante che si trova agli estremi di questa catena, che ha sentito parlare, diciamo di Richard Feynman, al supermercato o in altri luoghi, può riferirsi a Richard Feynman anche se non ricorda da chi per primo abbia sentito di Feynman o da chi abbiamo mai sentito parlare di Feynman[4].

L’idea fondamentale consiste nel fatto che vi sia una connessione causale, dal battesimo iniziale del nome ai suoi usi conseguenti. Questo mostra come non sia il contenuto informativo o la descrizione che determina il modo in cui qualcuno si riferisce a quell’individuo. Quello che conta davvero è l’intenzione del parlante di fare riferimento ad un certo oggetto attraverso il nome, la quale poggia direttamente sulla catena causale dei vari parlanti che trasmette il riferimento – e che necessariamente si rivolge, in ultima istanza, al battesimo iniziale.

5) Gli enunciati di identità

Possiamo ora giocare un pochino con le nozioni che abbiamo appreso nei paragrafi precedenti; è molto interessante prendere in considerazione i concetti di designatore rigido e non rigido e vedere come essi si comportino se combinati attraverso relazioni di identità. Prendiamo un primo caso:

Enunciati di identità tra designatori rigidi e non rigidi

Secondo Kripke questi enunciati sono sempre contingenti, e questo semplicemente in virtù delle loro definizioni: infatti, se “N” è un designatore rigido ciò significa che si riferirà al medesimo oggetto in tutti i mondi possibili, mentre se “α” è un designatore non rigido allora esso si riferirà al medesimo oggetto solo in alcuni mondi possibili; ne consegue che l’enunciato “N=α” sarà vero in alcuni mondi possibili e pertanto contingente, non necessario. va precisato, però, che esistono enunciati necessari della forma “N=α”, i quali presuppongono che entrambi i designatori “N” e “α” siano rigidi. Intuitivamente parlando, gli enunciati della matematica sono degli ottimi esempi: “4 = la radice quadrata di 16”.

Enunciati di identità tra designatori rigidi

L’enunciato “N=M” è invece un’identità tra designatori rigidi e quindi è per definizione vera in tutti i mondi possibili. Questo rende l’enunciato in questione necessario, se vero.

Kripke sembra forzato dalle sue tesi sui designatori rigidi ad alcuni impegni riguardo alle proprietà modali degli enunciati, come si può vedere sopra. Riguardo agli enunciati di identità tra designatori rigidi possiamo riproporre l’esempio classico di Frege. “Espero=Fosforo” è un enunciato necessariamente vero, sebbene intuitivamente potremmo immaginare un mondo possibile nel quale Espero non sia Fosforo. Il nostro errore è causato da sbagliate considerazioni sul ruolo delle descrizioni. Se:

  1. “Espero = la stella della sera”,
  2. “Fosforo= la stella del mattino”

sono vere, sappiamo che lo sono contingentemente – per a) -, di conseguenza sarà contingente anche:

  1. “La stella del mattino= la stella della sera”

In quanto designatori non rigidi, possiamo pensare ad un mondo possibile nel quale le due descrizioni coinvolte, “La stella del mattino” e “la stella della sera”, designino oggetti diversi.  I nomi “Espero” e “Fosforo” sono invece designatori rigidi, in virtù del fatto che nel nostro uso corrente identificano lo stesso oggetto sia nel mondo attuale che nei mondi possibili, pertanto l’enunciato:

  1. “Espero=Fosforo”

Sarà necessariamente vero. Quindi per il nostro uso dei termini, sarebbe come dire che non ci sono mondi possibili in cui Espero non è Fosforo, poiché non ci sono mondi possibili nei quali un oggetto non sia identico a sé stesso.

Distinguiamo epistemologia e metafisica

L’enunciato 4) potrebbe sembrare contingente in virtù del fatto che è stata necessaria una scoperta scientifica per fare in modo che emergesse l’identità tra le due stelle, e pertanto la verità di questo enunciato è stata ottenuta a posteriori.  ma questo meccanismo confonde le acque: semplicemente, la quantità di informazioni a nostra disposizione può non esaurire la conoscenza di qualcosa, costringendoci ad uno studio empirico, dal quale può mostrarsi una proprietà necessaria. Si tratta di necessità a posteriori, ossia eventi nei quali la nostra conoscenza a priori non è sufficiente a darci la certezza dello statuto metafisico dell’oggetto.

6) Conclusioni

Possiamo tentare di riassumere le tesi filosofiche fondamentali contenute in Naming and Necessity: in primo luogo sembra che ci sia una evidente connessione tra semantica e modalità, infatti è molto utile studiare dei casi utilizzando i mondi possibili, perché aiutano a chiarire problemi della semantica tradizionale relativi al significato e al riferimento. Grazie a ciò, possiamo arrivare ad altre due considerazioni rilevanti: esistono alcuni enunciati di identità che sono necessari. inoltre, dobbiamo aggiungere al nostro apparato metafisico-epistemologico l’esistenza di necessità a posteriori e contingenze a priori.  Infine, possiamo dire che le descrizioni e i contenuti informativi non sono sufficienti per determinare necessariamente il riferimento, pertanto sembra crearsi un gap tra epistemologia e semantica.

Le considerazioni fatte tracciano un profondo solco tra le teorie classiche dell’epistemologia e della semantica tradizionali, in particolare con riferimento a Kant – come iniziatore del filone che promuoveva l’identificazione tra i concetti di “necessità” e “a priori” – e a Frege – come iniziatore del descrittivismo, secondo cui le descrizioni definite e il senso determinano sia il significato che il riferimento di un’espressione.

Note

[1] Saul Kripke, Naming and Necessity, Basil Blacwell Ltd, Oxford, 1990, p. 59.

[2] Saul Kripke, Naming and Necessity, p. 15.

[3] Saul Kripke, Naming and Necessity, p. 295.

[4] Saul Kripke, Naming and Necessity, p. 299.

Bibliografia

Saul Kripke, Naming and Necessity, Basil Blacwell Ltd, Oxford, 1980.

Scott Soames, Beyond Rigidity, the Unfinished Semantic Agenda of Naming and Necessity, Oxford University Press, New York, 2002.

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