INTRODUZIONE

Seneca è uno degli autori che, dopo alterne vicende, si è consacrato tra i classici della storia del pensiero. La ricchezza delle sue opere, non solo filosofiche, ha rafforzato l’idea, presso alcuni dei suoi interpreti, di uno scrittore eclettico, più che di un filosofico in senso proprio. Questo breve profilo, invece, pretende di restituire giustizia alla coerenza del discorso di Seneca, senza sacrificare la molteplicità di questioni che questi solleva. Di volta in volta, così come suggerito dalla logicità del discorso, prenderemo in esame alcuni aspetti del suo pensiero e della sua produzione: d’altro canto, ci concentreremo determinatamente sulle sue Epistole a Lucilio[1]. Prendiamo l’avvio da un’introduzione storica e biografica, da cui non si può prescindere per comprendere le specificità di ciascun autore.

 

UN CENNO BIOGRAFICO

  Lucio Anneo Seneca nacque intorno al 4 a.C. da una famiglia di origine italica, i cui avi avevano raggiunto i territori spagnoli all’epoca della loro prima colonizzazione da parte dei Romani, attorno al II secolo a.C. Nacque a Cordova, una città a sud della Spagna che, conquistata dalle legioni romane nel 206 a.C. e capitale della provincia Hispania Ulterior dal 197 a.C., attrasse da subito le famiglie d’estrazione più alta, patrizia ed equestre. Suo padre, conosciuto come Seneca il Retore o il Vecchio, è il primo degli Annei della cui attività pubblica su abbia notizia: di rango equestre, sposò Elvia, da cui ebbe tre figli, oltre al nostro autore: Lucio Anneo Novato e Marco Anneo Mela, quest’ultimo padre di Lucano, noto poeta autore della Pharsalia. La temperie storica in cui si colloca la vita di Seneca fu segnata dall’instaurarsi dell’Impero, con le cui sorti il nostro autore fu legato a doppio mandato, fino alla fine dei suoi giorni.

               Si trasferì a Roma in giovane età, assieme ai fratelli, dietro volontà del padre che voleva per i suoi figli la migliore istruzione retorica, in funzione della loro carriera politica. In effetti, solo il maggiore tra i suoi figli, adottato dall’oratore Giunio Gallio,  scalò effettivamente alcuni gradini del cursus honorum, fino al proconsolato. Il nostro autore, che pure seguì la volontà paterna studiando retorica e letteratura, mostrò sin dai primi anni romani una predilezione per la filosofia: seguì gli insegnamenti dello stoico Attalo e del neopitagorico Sozione. Giunse grazie ai suoi maestri a conoscere la Scuola dei Sestii, fondata a Roma nel 40 a.C. da Quinto Sestio (retta poi da suo figlio, Sestio Nigro), che dovette tuttavia chiudere nel 19 d.C., in obbedienza al senatoconsulto di quell’anno, che puniva con l’esilio la pratica di qualsiasi culto iniziatico-rituale.

               Per una serie di cause[2], Seneca si allontana da Roma partendo alla volta dell’Egitto, al seguito della zia e del marito di lei, che era stato nominato proconsole. Tornò a Roma nel 31 e guadagnò le luci della popolarità grazie alla sua abilità retorica. Cassio Dione[3], una delle maggiori fonti che abbiamo su Seneca, riferisce di un talento così spiccato per la parola pubblica che Caligola, per invidia, avrebbe voluto condannarlo a morte; una favorita dell’Imperatore, però, lo dissuase dall’eseguire la condanna che aveva pronunciato. Abbiamo detto, poco sopra, che la vicenda di Seneca non può essere in alcun modo slegata da quella dell’Impero, del potere politico nel suo senso più ampio: nel 41 fu coinvolto in una congiura di palazzo[4] che lo condusse all’esilio in Corsica. Nonostante la Consolatio[5] che indirizzò dall’esilio a Polibio, liberto dell’imperatore, fu richiamato a Roma solo quando Claudio, uccisa Messalina, prese in sposa sua nipote Agrippina, sorella di Giulia Livilla.

               Rientrato a Roma, la carriera di Seneca conosce un’accelerata evoluzione: ottenuta la pretura, gli fu affidata da Agrippina l’educazione del giovanissimo Nerone, che sarebbe divenuto imperatore nel 54, morto Claudio per avvelenamento . Il filosofo aveva il pieno appoggio dei pretoriani, assieme al capo dei quali, Afranio Burro, Seneca resse le sorti dell’impero, dedicandosi alla politica estera e all’amministrazione interna.  Gli eventi assunsero ben presto una piega più drammatica: Nerone, la cui complessa e violenta personalità era ormai sul punto di emergere pienamente, si sottrasse alla guida del filosofo, il quale assistette impotente al matricidio di Agrippina, nel 59. Quando anche Afranio Burro incontrò la morte, per ragioni ignote, Seneca si ritirò dagli affari pubblici, non avendo più la possibilità effettiva di condizionare l’imperatore, né di argirarne i comportamenti.

               Neppure il ritiro alla vita privata permise a Seneca di sfuggire all’imperatore: nel 65 fu scoperta una cogniura senatoria ai danni di Nerone, che indirizzò al vecchio maestro (ritenuto complice della congiuria di cui, probabilmente, era solo a conoscenza) l’ordine di uccidersi. A questo punto della sua vita, più che nel momento dell’esilio in Corsica, Seneca mostrò la profondità del suo stoicismo: non si fugge dinnanzi alla morte, quando si possiede la consapevolezza di aver vissuto davvero. Il sapiens stoico accetta di buon grado l’avvento della propria sorte e, con essa, di ogni avvenimento: più che di una condanna, per Seneca si trattava di un compimento.

 

LA PRIMA LETTERA: VINDICA TE TIBI, RICONQUISTATI A TE STESSO.

Le Lettere a Lucilio possono essere considerate una summa del pensiero di Seneca, con una cautela fondamentale: si tratta di un’opera destinata ad un discepolo da educare, Lucilio appunto, e attraverso di lui a tutta l’umanità in cammino verso la sapienza. Seneca compose quest’opera tra il 62 e il 65, negli anni in cui, se pure si era ritirato dagli affari pubblici, di certo non si era trincerato entro le mura sicure di una vita privata: è evidente già dalla forma epistolare dell’opera, che tradisce la sua vocazione alla cura dell’umanità, attraverso la filosofia. In essa l’autore unisce lo stile della diatriba di ascendenza cinica e stoica alla forma della lettera morale, di derivazione epicurea, guadagnando così una libertà d’espressione e un’agilità di pensiero che altre forme, ancorché più sistematiche e “dominabili”, non avrebbero reso possibile. La scrittura di Seneca è una prima finestra sul suo pensiero: ad un lessico che raramente si fa tecnico e gioca, piuttosto, entro registri quotidiani, fa da contraltare un periodo sapientemente animato: il ricorso al fulmen in clausola, all’espressione tagliente e d’impatto nelle battute conclusive delle sue riflessioni, assume così un ruolo retorico (di stile) ed educativo, condensando ciò che assolutamente non può essere perduto, del più corposo giro di considerazioni che in esso si compie.

               Una delle questioni principali della filosofia di Seneca è certamente il tempo, il modo in cui noi lo si percepisce e la postura che, dinnanzi a tale fenomeno (che tanto ha d’inspiegabile, ancora oggi) il sapiens è chiamato ad assumere. Non è un caso che ad esso sia dedicata la prima lettera del primo libro delle Lettere, che s’apre con un monito denso di significato: «Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva»[6] «Fa’ così, mio caro Lucilio, riconquistati a te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva sottratto o carpito o andava perduto, raccoglilo e conservalo». C’è una correlazione precisa tra la conquista di sé e quella del proprio tempo, poiché la medesima c’è tra lo smarrimento di sé e quello del tempo che abbiamo a nostra disposizione[7].

               Quale sia il modo giusto di avere a che fare con il proprio tempo e, dunque, con la realtà stessa, è detto chiaramente in questa lettera: «metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va»[8]. Il passato è già accaduto, il futuro risulta inattingibile: il solo tempo in cui è possibile vivere è il presente. Se l’esistenza è per Seneca, che in ciò è pienamente allievo dei suoi maestri (dagli Stoici ai Neopitagorici), cammino di costante perfezionamento di sé in forza della verità, è nell’attimo presente che ogni passo va compiuto, senza rimandare a un futuro che è incerto poiché, di là da venire, non contempla il nostro volere per accadere. Nei confronti del futuro, siamo soliti nutrire vane speranze, aspettative che finiscono per mortificare la portata della nostra volontà[9], ingenui timori riguardo a ciò che ci verrà incontro. Sopra tutti gli altri, ci attraversa il timore di perdere i beni per cui ci siamo affannati; e così dimentichiamo che «la natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile»[10]: il nostro tempo.

               Crediamo che la morte, ciò su cui massimamente non siamo padroni, abiti il futuro e così facendo, sprecando i nostri giorni, finiamo per andarle incontro senza aver mai vissuto. Al contrario, a morte è alle nostre spalle, è l’abisso che tiene presso di sé ogni momento passato, tutto ciò che non abbiamo potuto trattenere presso di noi, che, sopraggiunto, è subito scivolato via. Tra le illusioni di cui è opportuno liberarci, quella per cui si possa collezionare e tenere presso di sé ogni sorta di bene[11]: è poca cosa, ciò che in fondo possiamo trattenere dall’oblio, è solo la nostra consapevolezza, che è conoscenza della nostra struttura, di quella del cosmo e dei nostri limiti. È la possibilità di scegliere, in fondo, in che senso si voglia essere umani, se esposti inconsapevolmente allo sciuparsi delle stagioni o aperti all’avvenimento, al nuovo, senza timore di perdere ciò che è davvero importante: noi stessi.

               Molto è stato detto, già da autori coevi o immediatamente successivi al nostro autore, sulla coerenza di Seneca: ad ogni buon predicatore, viene imputato un comportamento quotidiano che non riesce ad essere all’altezza di quanto predicato. Nel caso di Seneca, l’apologia sarebbe inutile, poiché negherebbe ciò che invece non va negato: il filosofo sa di essere allievo e maestro; di più, egli sa di essere tanto più allievo, quanto più si fa maestro, sa di avere da imparare proprio perché si trova ad accompagnare altri lungo il cammino verso la verità. La chiusura di questa prima lettera è in tal senso chiarificatrice: Seneca saluta l’amico e allievo Lucilio non sigillando le proprie parole proponendo di sé una rappresentazione marmorea, né tronfia, lontana ormai da ogni svista; è però consapevole di ciò che perde, di essere preso nel mezzo di questa vitale ricerca della verità che unisce tutta l’umanità, come un esigenza, che solo alcuni, però, iniziano a praticare.

 

[1] Rimandiamo, per una rassegna puntuale delle sue opere, alle pagine con cui Cristina Barone introduce la sua edizione delle Epistulae morales ad Lucilium, Garzanti, Milano 1989.

[2] Concorse certamente, oltre alla sua salute cagionevole e al bisogno di un clima più consono al suo stato, il sopra citato senatoconsulto: il nostro autore era pienamente coinvolto nelle pratiche filosofiche, che già informavano la sua vita pratica, quotidiana, oltre che il suo pensiero, sino a indurlo ad adottare una dieta vegetariana (ciò che avrebbe certamente destato i sospetti dell’Impero).

[3] Cfr. Storie, 59, 19, 7.

[4] Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, accusò sua nipote Giulia Livilla e Seneca di adulterio.

[5] Fu autore di testi diversi per forma e contenuto (tragedie, raccolte di questioni scientifiche, opere di satira, trattati) ma uniti coerentemente da uno stile animato, elegante senza bisogno di orpelli: uno stile libero, capace di dire all’animo umano ciò che di sé l’animo stesso non sa.

[6] Cfr. EML, I, 1,1.

[7] «Turpissima tamen est iactura – scrive Seneca appena dopo – quae per negligentiam fit».

[8] Ibidem.

[9] A proposito della volontà, tema su cui ci soffermeremo più avanti, in una seconda sezione di questo profilo, Seneca mostra di essere un filosofo autonomo, pur essendosi nutrito delle maggiori correnti filosofiche dell’epoca, e di essere pienamente “romano”: alla virtù passiva del sapiens dell’antica Stoà, si aggiunge una postura attiva verso il mondo, un invito a fare, oltre che a contemplare la verità e resistere ai marosi della sorte.

[10] Ivi, § 3.

[11] È un motivo classicamente stoico, quello del sapiens in relazione ai beni: quelli moralmente rilevanti, quelli necessari (in questo caso il tempo) sono dati all’uomo consapevole per un possesso eterno, poiché risultano incorruttibili. È per l’ottenimento e la conservazione di questi, che concorrono a segnare l’integrità della persona, che occorre impiegare le proprie energie. Tra tutti gli altri, ciò che è indifferente dal punto di vista morale, può assumere un valore di volta in volta diverso, data la sua fondamentale contingenza.

Category :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *