Rielaborazione delle ricerche di Ruth M. J. Byrne esposte in “The Rational Immagination

“Se solo non fossi mai nato…”

 

Sarà capitato a molti di avere espresso un pensiero molto simile a quello appena riportato.

Proviamo ad immaginare, o ricordiamo situazioni spiacevoli, momenti nella quale ci era forse impossibile vedere alternative perché sembrava tutto concludersi in quell’attimo, quello era l’esito, e “Se solo non fossi mai nato” probabilmente non ci sarei arrivato.

 

La proposizione non conclusa presa ad esempio ci serve solo come modello, è l’esempio di un tipico pensiero controfattuale.

Se da un lato abbiamo la realtà e come noi ce la rappresentiamo, ovvero il fatto che noi siamo nati, dall’altro abbiamo qualcosa che si oppone al dato di fatto, un controfattuale, che ipotizza un mondo uguale a questo in tutto e per tutto eccezion fatta per la nostra nascita.

L’idea è che da un ragionamento si possa inferire uno stato di cose alternativo

 

Una domanda lecita è la seguente: quando ragioniamo controfattualmente ed immaginiamo possibili alternative alla realtà dei fatti, seguiamo strade battute dalla razionalità o ci facciamo trascinare da inerzie psicologiche?

Secondo Ruth Byrne, attraverso uno studio sistemico e raffinato dei processi mentali, risulterà evidente la razionalità sottesa alla nostra immaginazione ed alle nostre speculazioni controfattuali.

 

Formalmente, per ora, ci basta sapere che per come formuliamo i nostri pensieri, un controfattuale è traducibile nel condizionale logico “se A allora B” dove “A ” e “B” sono due argomenti qualsiasi che nel nostro caso hanno il compito di formulare una possibile alternativa alla realtà.

Riprendendo il nostro esempio: “Se non fossi mai nato allora non mi starei lamentando” che è in evidente contrasto con la realtà dei fatti.

 

La trattazione più formale sarà ripresa dopo aver fatto le debite considerazioni, perché nonostante sia vero che la forma influenza il contenuto, in questo caso vale decisamente anche l’opposto, il contesto è fondamentale per capire i nostri ragionamenti, quindi capire quando pensiamo controfattualmente sarà il nostro punto di partenza.

Probabilmente è più semplice dire quando non ci capita, dato che è forma del nostro modo di rappresentarci il mondo: , scrivendo sto immaginando come riuscire a trasmettere al meglio queste ricerche, affrontando le varie possibilità che mi si propongono per presentarle. Come dicevamo poco sopra, situazioni spiacevoli sono occasione di ripensare a ciò che accade per capire in quale momento i fatti si sono allontanati dal nostro ideale di realtà. Noi ci rappresentiamo i fatti, e da questa rappresentazione cerchiamo di trarre le nostre speculazioni: vi sono delle ricorrenze nel modo in cui pensiamo controfattualmente, negli indizi e nelle caratteristiche delle realtà su cui ci focalizziamo.  Questa prima parte vorrebbe affrontare proprio queste ricorrenze: è importante capire in che contesti e come questi influenzino il nostro pensiero. Se non abbiamo un criterio per individuare ciò che è rilevante rispetto a ciò che non lo è, tutto si equivale e potenzialmente tutto è possibile.

 

L’azione è criterio fondamentale, ciò che ci può riguardare più da vicino: compio qualcosa, l’esito mi è sconveniente, medito sul fatto che se avessi agito diversamente, probabilmente i fatti mi si presenterebbero in maniera più felice.

Indicatore per l’immaginazione umana è la decisione, se vi è decisione vi è scelta e quindi, di sicuro un’alternativa, un’inazione non lascia intravedere alternative, dato che non viene presa nemmeno in considerazione, anzi, è rimossa per il semplice fatto che non essendo mai accaduta non vi è uno stato di cose precedente all’inazione a cui fare riferimento.

“Se solo avessi agito diversamente”: in questa frase si può risolvere il tipo di ragionamento cui ci stiamo riferendo, immaginiamo di essere ad una serata, i posti sono già assegnati, ma decidiamo comunque di cambiare posto, diciamo dal n° 135 al n° 44, perché si vede meglio ed era rimasto libero. Alla fine della serata viene dato un premio ad estrazione in base al numero del posto e viene estratto  proprio il n° 135, il pensiero spontaneo ed immediato sarà probabilmente quello di dannarsi e di rappresentarsi una realtà in cui non ci siamo mai spostati da quel posto.

Se al contrario rimanessimo sul nostro posto e fosse il n° 44 ad essere estratto potremmo dire di sentirci allo stesso modo?

Difficilmente penseremmo ad un alternativa in cui noi ci siamo spostati e abbiamo vinto, dato che siamo sempre rimasti fedeli al posto n° 135.

Si tende ad immaginare alternative ad un’azione compiuta piuttosto che a qualcosa che non è mai stato fatto.

In una situazione in cui invece, il divario tra l’esito di un’inazione e il possibile esito di un’azione che non abbiamo compiuto, dovesse essere molto evidente ci sarebbe molto più facile speculare su ciò che non abbiamo mai fatto. Chiaramente, come per le azioni, è più facile pensare controfattualmente rispetto ad eventi che ci rappresentiamo come controllabili o che avrebbero potuto dipendere da noi.

 

Eventi fuori dalla norma sono spesso i primi ad essere presi di mira quando si cerca di rappresentarsi una realtà alternativa,  tutti gli accadimenti regolari vengono mantenuti, mentre ciò che esula dalla routine viene messo al centro della speculazione.

Si pensi ad un uomo che tornando a casa dal lavoro decide di fare una strada che non percorre mai perché più panoramica o piacevole o qualsivoglia motivo, l’uomo fa un incidente proprio lungo quella strada che non avrebbe fatto mai, magari solo perché uscito prima dal lavoro.

E’ normale individuare in quel cambio di regolarità un qualcosa di scatenante e potremmo dire: “se solo non avesse percorso quella strada…” o “se solo non fosse uscito prima dal lavoro…” un altro evento che non rispettava l’abituale accadere dei fatti.

In completa simmetria con quest’ultima indicazione bisogna sottolineare che nonostante si tratti di immaginazione, quando pensiamo controfattualmente, non esuliamo troppo dalla realtà, anzi, cerchiamo di cambiare il minor numero di cose possibili, e cerchiamo di rispettare le nostre credenze su come ci rappresentiamo il mondo.

Difficilmente quindi ci rappresenteremmo una realtà in cui le poltrone si siedono sugli esseri umani, o una realtà in cui la legge di gravità non esiste e quindi io avrei potuto non inciampare.

Ma bisogna fare attenzione, perché questa tendenza a non voler alterare di troppo la realtà porta a ragionamenti fuorvianti: sono ad  una lotteria, il mio biglietto è il 45962, per il primo premio viene chiamato il 45963 la disperazione mi assale, un solo numero ed avrei vinto. Non mi accadrebbe ugualmente se la vincita dovesse andare al biglietto 24354, ma il numero dei biglietti rimane lo stesso e la mia possibilità di vincere non cambia: semplicemente un ragionamento viziato dalla somiglianza.

 

Viene detto a due persone  che se con il lancio di una moneta riescono ad ottenere tutti e due lo stesso lato gli verrà dato un premio: la prima fa testa, la seconda croce, è spontaneo pensare: “se solo la seconda persona  avesse fatto testa”. Ma in questo caso non vi è nessuna priorità del primo lancio sul secondo, il tempo ci inganna facendoci pensare che è stato determinante il secondo lancio per la perdita del premio, ma concretamente i due lanci hanno lo stesso peso e l’accadere dopo in una sequenza temporale rende più passibile di contraffazione l’evento, ma non lo rende di necessità determinante l’esito. Però per come siamo abituati a ragionare, gli eventi più prossimi a noi, gli ultimi in una sequenza temporale sono più soggetti a contraffazione, sarà la nostra memoria ad imporcelo o il nostro dare per scontato la dipendenza degli eventi più recenti rispetto a quelli che li precedono, ma il tempo non ci da alcun criterio di valore per i controfattuali.

 

Di nuovo: dovessi finire in carcere perché accusato di un omicidio, se qualcuno dovesse dispiacersi per la mia situazione, probabilmente non penserà “se solo vivessimo in un mondo in cui l’omicidio non è penalizzato”, ma piuttosto: “se solo non avesse ucciso…” questo per il semplice e forse scontato fatto che leggi ed obbligazioni non vengono viste come mutabili, ma come vincolanti le nostre azioni.

Leggi ed obblighi possono rientrare in quella categoria di fatti che non tendiamo a mutare perché cambierebbero di troppo l’immagine che abbiamo del mondo, come per la gravità citata poco sopra, anche l’omicidio.

come per l’azione individuale, è per noi molto più facile pensare a ciò che non sarebbe dovuto accadere, piuttosto che il contrario, ovvero ciò che sarebbe dovuto accadere, proprio perché abbiamo uno stato di cose, quello precedente agli avvenimenti indesiderati, in cui, attualmente, sono visibili più possibilità.

 

Viste tutte queste casistiche che ci portano a pensare: “se solo A allora B”, sarebbe sciocco non chiedersi se, quando ci capita di immaginare controfattualmente, riusciamo davvero ad individuare la causa efficiente.

Gli esempi sembrano rispondere da soli: abbiamo visto come sia molto facile individuare dei fatti come cause di eventi anche quando non lo sono. Per colpa di errori cognitivi, spesso si pretende di avere controllo sugli eventi e si finisce per identificare queste cause nelle nostre azioni.

Quindi ragionare controfattualmente, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, non è sinonimo di ragionare causalmente.

 

Individuiamo quindi due tipi di relazione: quella causale e quella abilitante. Due tipi di cause che consistono in diversi tipi di possibilità.

-La relazione causale fa visualizzare un’unica possibilità, la co-occorrenza della causa e dell’esito, ad esempio: ho avuto un incidente stradale perché l’autista dell’altra auto mi è venuto addosso.

 

-La relazione abilitante: ci fa vedere almeno due alternative, causa ed esito, e la loro assenza, ad esempio: ho avuto un incidente stradale perché ho preso la strada più breve, se avessi percorso un’altra strada non mi sarebbe capitato l’incidente.

 

Per ogni situazione esistono più relazioni abilitanti, ad esempio potrei dire che se avessi preso un’altra strada non avrei fatto l’incidente, ma allo stesso tempo individuare la causa nell’autista dell’altra vettura che era ubriaco. E’ più facile che ci si chieda “perché” le cose sono andate in un certo modo, piuttosto di: “come avrebbero potuto andare diversamente”, quindi più spesso si ragiona causalmente, ma con il secondo tipo di domanda ci si può mettere di fronte a più alternative, quindi a più possibilità. La conoscenza causale consente la predizione ed il controllo degli eventi, ma dato che vi sono molte più relazioni abilitanti che causali per evento,  è più fruttuoso focalizzarsi su queste e più semplice, soprattutto se ce le rappresentiamo come sotto il nostro controllo.

Ricapitolando: più spesso ci domandiamo perché un determinato evento sia accaduto, cercando una causa, ma ci rispondiamo individuando un evento abilitante, che trattiamo come causa. Domandarsi in quale contesto le cose avrebbero potuto andare diversamente, non ci fa necessariamente individuare la causa, ma ci consente di immaginare più alternative.

Aiuta certamente i nostri ragionamenti creare catene causali, e le nostre credenze influenzano i giudizi sulle possibili alternative. Possiamo dire quindi che individuare una relazione abilitante ci porta a considerare almeno tre possibilità: il fatto attuale, che consta di causa abilitante ed esito, una situazione in cui sono tutti e due assenti ed una terza in cui nonostante vi sia l’evento abilitante, non vi è l’esito, proprio perché non confondiamo la relazione abilitante per una relazione causale.

 

Ora che ci siamo fatti un’idea del contesto in cui ci muoviamo, possiamo finalmente passare alla trattazione formale dei ragionamenti controfattuali.

Abbiamo detto che la struttura è quella di un condizionale logico:

 

“se A allora B”

“se Alice va al maneggio allora cavalca Rudolf”

dove “A” corrisponde a: “Alice va al maneggio” e “B” corrisponde a: “Alice cavalca Rudolf”

 

La più facile e diretta comprensione di un condizionale è la seguente: “Alice va al maneggio e cavalca Rudolf”.

Compreso alla stregua di una congiunzione, come un’unica e vera possibilità, non consente di vedere tutte le possibili alternative che questa proposizione esprime.

Una comprensione formale del funzionamento del condizionale ci mostrerà la polisemia di questa proposizione.

 

Proviamo a riscrivere la proposizione in questa forma:

 

“Se Alice fosse andata al maneggio allora avrebbe cavalcato Rudolf”

 

Sotto questa forma abbiamo disponibile una seconda interpretazione, che corrisponde proprio all’assenza della causa e dell’esito, ci fa considerare quindi la possibilità menzionata (controfattuale) e la sua negazione (il fatto).

 

Controfattuale: Alice è andata al maneggio e ha cavalcato Rudolf.

 

Fatto: Alice non è andata al maneggio e non ha cavalcato Rudolf.

 

Compresa così la proposizione, riceve l’interpretazione di un bicondizionale, in cui antecedente e conseguente, i due termini, “A” e “B”, hanno una relazione biunivoca accadono o non accadono assieme.

 

Interpretando invece la proposizione come un condizionale, ovvero come un’implicazione materiale avremmo un unico caso in cui la relazione tra antecedente e conseguente sarà falsa:

 

1_ “Alice va al maneggio e cavalca Rudolf”                             “A e B”

 

2_ “Alice va al maneggio e non cavalca Rudolf”                      “A e non B”

 

3_ “Alice non va al maneggio e non cavalca Rudolf”               “non A e non B”

 

4_ “Alice non va al maneggio e cavalca Rudolf”                      “non A e B”

 

Questo unico caso è il 2°, non si da mai il caso che l’antecedente sia vero ed il conseguente falso.

In genere non teniamo mai a mente tutte le alternative, sia vere che false, ma conoscerle, saperle vedere ci permette di inferire ed immaginare più alternative alla realtà.

 

Infatti da: “Se Alice va al maneggio allora cavalca Rudolf” e

               “Alice non cavalca Rudolf” possiamo inferire:

               “Alice non va al maneggio”

 

Possiamo inferire in base alle possibilità che riusciamo a concepire.

 

Consideriamo: “Se sono in Brasile allora sono a Rio”

                       “Non sono a Rio”

                       “Non sono in Brasile”

 

In questo caso le conoscenze geografiche precedono la nostra capacità di concepire alternative e ci rendono più semplice inferire:

 

“Se A allora B”

“non B  

“non A”

 

consideriamo questo esempio assurdo, ma che non invalida il nostro interesse formale:

 

“Se sono in Brasile allora non sono a Rio”

“sono a Rio”

“non sono in Brasile”

 

In questo caso le nostre conoscenze geografiche non ci permettono di visualizzare le varie alternative, per quanto assurde possano sembrare.

 

Possiamo ora passare a delle considerazioni conclusive sui controfattuali.

Riprendiamo il nostro triste esempio: “se non fossi mai nato allora “B”.

Si tratta di una supposizione il cui antecedente è falso nella realtà dei fatti, ma a noi interessa considerarlo vero, il suo valore vero-funzionale sarà vero. E sarà vero in un mondo possibile, stipulato in maniera tale da essere completamente identico a quello attuale, eccezion fatta per l’antecedente di questa proposizione e se anche il conseguente dovesse essere vero, allora avremmo la verità di tutto il controfattuale (in questo caso, data la particolarità di questo esempio, il conseguente è sostituibile con qualsiasi contenuto).

Detto questo potremmo evidenziare alcune linee guida dei nostri ragionamenti:

 

1-In genere prendiamo in considerazione solo possibilità vere, non consideriamo quelle false.

2-Riusciamo a pensare solo ad alcune possibilità.

3-Alcune idee, quando capite, ci fanno considerare almeno due possibilità.

4-Spesso il primo elemento di una possibilità è considerato come immutabile.

5-Si pensano possibilità che avrebbero potuto essere vere, ma che ora non possono più esserlo.

6-Immaginiamo controfattualmente solo se riusciamo a rappresentarci l’evento assieme ad un’alternativa.

 

Concludiamo riportando  il discorso di Seamus Heany pronunciato alla consegna del Nobel nel 1995:

 

Uno dei momenti più strazianti in tutta la storia dell’Irlanda del Nord avvenne quando, nel 1976, un minibus pieno di operai venne trattenuto da degli uomini armati, e misero i passeggeri in linea fuori dalla vettura. Uno degli uomini ordinò: “Chiunque tra voi sia un cattolico faccia un passo in avanti”. In questo gruppo, tranne un’eccezione, erano tutti protestanti, si presunse quindi che gli uomini armati fossero dei paramilitari protestanti pronti a compiere un omicidio settario dell’unico cattolico in quel gruppo, presunto sostenitore dell’IRA. Furono momenti terribili per quell’uomo, che, non sentendosi in dovere di nascondere il suo credo, fece per avanzare, quando un suo collega protestante gli strinse la mano come per dirgli: “nessuno di noi ti denuncerà.”, ma l’uomo quel passo lo fece ed inaspettatamente, il fuoco non venne rivolto verso di lui, ma verso tutti gli altri operai, da quelli che, a quanto pare, non erano terroristi protestanti, ma membri dell’IRA.

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